Rider a 2,5 euro a consegna: la Procura di Milano accelera sul caporalato digitale
Una paga che definire misera è un eufemismo: da 2,50 a 3,70 euro a consegna, turni fino a 12 ore, geolocalizzazione costante tramite app e penalità per ogni ritardo. È questa la fotografia dello sfruttamento dei rider scoperta dalla Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, nei confronti della società milanese di delivery Foodinho, controllata dal colosso spagnolo Glovo.
Il decreto firmato dai magistrati milanesi parla chiaro: la condizione dei lavoratori non solo viola i contratti collettivi, ma secondo la Costituzione non garantisce una “esistenza libera e dignitosa”. Il provvedimento urgente dispone il controllo giudiziario della società e nomina l’amministratore Adriano Romanò, incaricato di regolarizzare circa 40mila rider in tutta Italia.
Testimonianze dei rider: vita da schiavi digitali tra bici e GPS
I verbali raccolti dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro raccontano una realtà dura. Molti rider sono stranieri, provenienti da Pakistan e Ghana, e sostengono intere famiglie a distanza. Un ciclista racconta:
“Mi sento un numero per la piattaforma. E se mi rubano la bici, tutte le spese sono a carico mio”.
Altri riferiscono di dover fare 20 consegne al giorno, percorrendo 50-60 km tra il Duomo e la Stazione Centrale di Milano, con paghe complessive mensili che non superano gli 800-900 euro. Le penalità per ritardi o rifiuto di consegne aumentano la pressione psicologica, mentre l’applicazione digitale governa ogni movimento: accettazione, disponibilità e puntualità diventano strumenti di controllo, con conseguenze economiche immediate.
Caporalato digitale: il quadro legale e le responsabilità
L’indagine ipotizza il reato di caporalato nei confronti dell’amministratore unico di Foodinho, Oscar Pierre Miquel, accusato di approfittare dello stato di bisogno dei lavoratori e di gestire una “etero-organizzazione digitale” che riduce i dipendenti alla miseria.
Secondo il pm Paolo Storari, già noto per analoghe inchieste su Uber e altri servizi di delivery, il fenomeno va avanti da anni e deve cessare immediatamente. L’amministratore giudiziario dovrà adottare misure per evitare il ripetersi dello sfruttamento, mentre il gip valuterà la regolarità del decreto.
Il precedente e le prospettive future
Non si tratta di un caso isolato: nel maggio 2020, un’indagine simile sul caporalato digitale portò al commissariamento della filiale italiana di Uber, con patteggiamenti successivi per dirigenti coinvolti. Il caso Foodinho/Glovo rischia di fare da apripista per altri accertamenti sul settore logistica, moda e vigilanza privata, dove la precarietà e il lavoro sottopagato sono diffusi.
Le motivazioni del decreto parlano di “illegalità che è indispensabile far cessare al più presto”, con il fine di tutelare 40mila lavoratori costretti a condizioni contrarie a ogni principio di dignità lavorativa.
Milano sotto i riflettori: la città dei rider sfruttati
Milano diventa così l’emblema di un fenomeno nazionale: città frenetiche, piattaforme digitali potenti, giovani e stranieri sottopagati e controllati costantemente tramite GPS e app. La vicenda evidenzia un problema di diritti del lavoro nell’era digitale, con salari al di sotto della soglia di povertà e rischi concreti per chi tenta di sopravvivere.
Il decreto della Procura apre una nuova fase: regolarizzazione, tutela dei lavoratori e monitoraggio delle piattaforme, nella speranza di ridurre uno sfruttamento digitale che da anni passa sotto silenzio.
