Stress e carico di lavoroStress e carico di lavoro

Chi guida un’azienda decide dal mattino alla sera: un preventivo da rivedere, un cliente da richiamare, un collaboratore da assumere o da lasciare andare, un investimento da rimandare. Molte scelte sono minuscole, alcune pesano sul futuro dell’impresa, quasi tutte ricadono sulle stesse spalle. È un carico che raramente qualcuno conta, eppure ha effetti misurabili sulla qualità delle decisioni e sulla salute di chi le prende.

Parlarne non significa cercare alibi né trasformare l’imprenditore in una vittima. Significa riconoscere un meccanismo che riguarda chiunque abbia responsabilità continue, e che la ricerca ha imparato a descrivere con una certa precisione.

La mente si stanca come un muscolo

Il fenomeno ha un nome, affaticamento decisionale (in inglese decision fatigue), e un’idea di fondo: prendere decisioni consuma una risorsa limitata, e man mano che le scelte si accumulano la lucidità cala. Chi è affaticato tende a due scorciatoie opposte, decidere d’impulso pur di chiudere la questione oppure rinviare, restando nell’indecisione.

L’illustrazione più citata, e anche più discussa, arriva da uno studio pubblicato nel 2011 sulla rivista PNAS da Shai Danziger e colleghi, che analizzò oltre mille decisioni di libertà condizionata prese da giudici israeliani. La probabilità di un esito favorevole partiva intorno al 65% a inizio sessione e scendeva progressivamente con il passare delle ore, per risalire di colpo dopo la pausa pranzo. Alcuni ricercatori hanno poi obiettato che parte dell’effetto dipende dall’ordine con cui i casi venivano presentati, più che dalla stanchezza mentale, e la cautela è d’obbligo.

Resta però il punto pratico su cui c’è ampio accordo: la qualità di una decisione non dipende solo dai suoi contenuti, ma anche da quando e in quali condizioni la si prende. Ne discende una conseguenza operativa spesso ignorata, e cioè che le scelte più delicate andrebbero collocate nelle ore in cui la mente è fresca, non incastrate a fine giornata dopo decine di decisioni minori che hanno già eroso la lucidità. Chi firma un contratto importante alle otto di sera, di ritorno da una giornata piena, lo fa nelle condizioni cognitive peggiori.

Quando il ruolo logora chi lo ricopre

Il carico decisionale non vive isolato, si somma allo stress di fare impresa. Una ricerca dello psichiatra Michael Freeman, dell’Università della California a San Francisco, ha rilevato che gli imprenditori dichiarano problemi di salute mentale con una frequenza nettamente superiore rispetto a chi non fa impresa, il 72% contro il 48% del gruppo di confronto, con una probabilità più alta di episodi depressivi.

Sono numeri riferiti a un campione statunitense, ma il meccanismo che li spiega è trasversale. Non è un destino segnato, è un rischio professionale da conoscere e gestire, esattamente come si conoscono i rischi finanziari di un’attività.
Le ragioni sono strutturali più che caratteriali. Chi guida un’impresa vive spesso una solitudine decisionale, perché le scelte più difficili non si possono condividere con i dipendenti né scaricare su un superiore che non c’è. A questo si aggiunge la sovrapposizione tra identità personale e azienda, per cui un rovescio professionale viene vissuto come un fallimento intimo, e la difficoltà a staccare, con l’isolamento, l’insonnia e l’ansia che si alimentano a vicenda.

La mente resta al lavoro anche di sera e di notte, perché le conseguenze delle scelte ricadono direttamente sul patrimonio personale e su quello della famiglia. Riconoscere questi segnali, invece di considerarli il prezzo inevitabile del mestiere, è il primo passo per non lasciare che il ruolo consumi la persona.

Alleggerire il carico senza abbassare la guardia

La buona notizia è che il carico si può ridurre agendo sull’organizzazione, non solo sulla forza di volontà. La prima leva è distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante, perché gran parte dello stress nasce dal trattare ogni questione come se fosse entrambe le cose. La seconda è tagliare le micro decisioni ripetitive trasformandole in routine e procedure, così da liberare energia per le scelte che contano davvero. È la logica, portata all’estremo, raccontata da Barack Obama in un’intervista a Vanity Fair nel 2012, quando spiegò di indossare solo completi grigi o blu per non consumare energia decisionale su questioni banali e tenerla per quelle importanti.

Un imprenditore può applicare lo stesso principio automatizzando gli ordini ricorrenti, standardizzando le risposte alle richieste più frequenti e fissando regole che evitino di ripartire da zero ogni volta. La terza leva è la delega reale, non la finzione di delega in cui si affida un compito ma si continua a decidere al posto altrui.

C’è infine una misura che agisce a monte di tutte le altre, il recupero. Le stesse ricerche sull’affaticamento decisionale ricordano che una pausa, come quella dopo il pranzo nello studio sui giudici israeliani, ripristina in parte la capacità di valutare con freddezza. Dormire a sufficienza, staccare davvero nei momenti di pausa e non riempire ogni minuto di riunioni non sono concessioni, sono il modo in cui il cervello ricostituisce la risorsa che ogni decisione consuma.

Esistono metodi strutturati per affrontare le scelte difficili senza farsi travolgere dall’urgenza, che vanno dalla scomposizione del problema in parti gestibili alla semplice regola di prendersi un tempo minimo di riflessione anche quando sembra non essercene. Nessuna tecnica elimina la pressione, ma tutte spostano la decisione dal terreno dell’istinto affaticato a quello del metodo, dove gli errori sistematici pesano di meno. Per approfondire ulteriormente, vi invitiamo alla lettura della guida dedicata a come decidere sotto pressione secondo imprendo24.it.

Non decidere sempre da soli

L’ultima misura è anche la più sottovalutata: confrontarsi. Condividere una decisione non serve solo a trovare la risposta migliore, serve a distribuire il peso, perché una parte della fatica nasce proprio dal sentirsi gli unici responsabili dell’esito. Un socio, un mentore, una rete di altri imprenditori o un professionista esterno offrono ciò che manca a chi decide in solitudine, un punto di vista che non è emotivamente coinvolto quanto il proprio. Chiedere aiuto, in questo quadro, non è una resa ma una forma di lucidità.

Proteggere la propria capacità di scegliere, in fondo, è un modo di proteggere l’impresa, perché un’azienda vale anche la qualità delle decisioni di chi la guida. Prendersi cura di quella lucidità, con pause vere, confronto e metodo, non è un lusso da concedersi quando le cose vanno bene, è parte del mestiere.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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