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Liliana Resinovich, l’esito del DNA fa chiarezza su Visintin, Sterpin e il vicino: l’ipotesi degli inquirenti

Svolta nell’inchiesta per la morte di Liliana Resinovich. Dalle analisi effettuate dalla scientifica emerge che il DNA trovato sul cordino che stringeva i sacchetti di nylon dov’era infilata la testa della dell’ex dipendente regionale non corrisponde né a Sebastiano Visintin, marito della donna, né a Claudio Sterpin, amico che la donna aveva ripreso a frequentare dopo 40 anni, e neanche a Salvatore Nasti, vicino di casa della 63enne. La comparazione del materiale biologico estratto dal reperto con i codici genetici dei tre uomini ha dato esito negativo.

Il DNA sul cordolo non appartiene né al marito di Lilly né a Sterpin, prende corpo l’ipotesi del suicidio

Nessuno dei tre è indagato per la morte di Lilly con gli inquirenti che hanno voluto far luce su quel DNA molto debole, che secondo gli investigatori avrebbe anche potuto trattarsi di una contaminazione, per non lasciare nulla al caso. Per gli inquirenti l’ipotesi più concreta al momento resta quella del suicidio. La donna, scomparsa il 14 dicembre, fu ritrovata il 5 gennaio a Parco San Giovanni, non distante da casa. Il corpo era in posizione fetale all’interno di due sacchi neri della spazzatura aperti, uno infilato dalla testa e chiuso da un cordino.

Sull’ipotesi del suicidio il marito di Liliana Resinovich è sempre stato scettico. “Anche la mattina della scomparsa aveva fatto la lavatrice alle 6 della mattina ed ha messo ad asciugare la roba. Poi abbiamo fatto una breve colazione insieme, ho preso il caffè e sono andato via e lei mi ha sorriso. Una persona che vuole suicidarsi non si comporta così secondo me”.

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