Cosa è emerso dalla perizia di Olena Stasiuk
L’omicidio di Giovanni Trame arriva a un punto cruciale con il deposito della perizia psichiatrica sulla madre, Olena Stasiuk. Il quadro che emerge è complesso: capacità di intendere parzialmente compromessa, ma volontà integra al momento del delitto.
Un passaggio che potrebbe portare al rinvio a giudizio e che riaccende un interrogativo ancora più pesante: si poteva evitare?
La perizia: capacità ridotta ma volontà presente
La relazione firmata dallo psichiatra Luigi Di Gennaro e presentata al Gip del Tribunale di Trieste chiarisce un punto centrale.
Al momento dei fatti, la capacità di intendere della donna era parzialmente compromessa, ma quella di volere risultava integra.
In altre parole, secondo i consulenti, la donna sapeva cosa stava facendo e ha scelto di farlo.
Una conclusione che mantiene l’imputabilità, anche se apre alla possibilità di una riduzione della pena. L’accusa resta quella di omicidio volontario pluriaggravato.
La donna, attualmente detenuta nel carcere di Bologna nel reparto psichiatrico, potrebbe quindi essere rinviata a giudizio su decisione della Procura.
I disturbi psichiatrici e una situazione già nota
Dalla perizia emerge un quadro clinico molto pesante: disturbo paranoide grave, tratti borderline e altre problematiche che risalirebbero addirittura all’adolescenza.
Secondo quanto spiegato dai consulenti, si tratta di una condizione complessa, caratterizzata anche da delirio persecutorio.
Un elemento che torna con forza nelle parole di chi ha seguito il caso.
L’avvocato del padre del bambino ha parlato apertamente di una situazione già conosciuta:
“Quello che è successo non era imprevedibile”.
Una frase che pesa, perché introduce un tema che va oltre il singolo gesto.
Le parole del padre: “Si poteva evitare”
In aula era presente anche il padre del bambino, Paolo Trame. Non ha guardato lo schermo durante l’udienza, ma il suo pensiero è tornato a quanto accaduto negli anni precedenti.
Aveva più volte chiesto che il figlio non restasse da solo con la madre, segnalando i rischi.
“Ho fatto tutto quello che potevo fare”, ha detto.
Secondo la sua ricostruzione, il sistema di protezione attorno alla donna non è stato sufficiente a prevenire la tragedia.
Un punto che potrebbe aprire anche altri filoni di accertamento, oltre al processo penale.
Gli incontri non protetti e le decisioni contestate
Uno degli aspetti più delicati riguarda la decisione di consentire alla madre di vedere il figlio da sola, una volta alla settimana.
Una scelta che oggi viene riletta alla luce di quanto accaduto.
In precedenza, il bambino era stato allontanato dalla madre proprio per episodi preoccupanti, tra cui minacce e comportamenti violenti.
Nonostante questo, nel tempo era stato autorizzato un percorso di riavvicinamento, culminato negli incontri non protetti.
È proprio qui che si concentra uno dei punti più critici: capire cosa abbia portato a ritenere quella situazione gestibile.
Un caso che va oltre il processo
L’omicidio di Giovanni Trame non è solo un caso giudiziario.
C’è un elemento che emerge con forza: la distanza tra ciò che era noto e ciò che è stato deciso.
Non è il primo caso in cui una valutazione psichiatrica si intreccia con decisioni giudiziarie delicate, ma qui il tema diventa ancora più duro: il margine tra rischio conosciuto e tragedia.
Ed è proprio questo che rende la vicenda ancora più difficile da accettare. Non solo per ciò che è successo, ma per la sensazione che – almeno secondo alcune ricostruzioni – qualcosa avrebbe potuto essere fatto prima.

