Raffaele SollecitoRaffaele Sollecito

L’ingegnere assolto per l’omicidio di Meredith Kercher torna sul caso Garlasco e denuncia: «Non si vuole rispettare il dubbio»

«Per me Alberto Stasi è innocente, perché non c’è mai stata una prova contro di lui». Raffaele Sollecito torna a parlare del caso Garlasco e prende posizione sulla vicenda giudiziaria dell’ex fidanzato di Chiara Poggi. Ospite di Silvia Toffanin a Verissimo, su Canale 5, l’ingegnere informatico, assolto in via definitiva insieme ad Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher, ha raccontato di aver scritto una lettera a Stasi per esprimergli la propria vicinanza.

Un intervento che intreccia due vicende giudiziarie diverse, accomunate nel suo racconto dal tema dell’innocenza, del dubbio e delle conseguenze che un’accusa può lasciare nella vita di una persona. «Io non mi paragono a Stasi, ma all’ingiustizia che c’è dietro, il non voler rispettare un dubbio», ha spiegato Sollecito, convinto che nel caso Garlasco non sia stato dato il giusto peso agli elementi che, a suo giudizio, metterebbero in discussione la responsabilità dell’uomo condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi.

La lettera ad Alberto Stasi e il parallelo con il caso Garlasco

Sollecito ha rivelato di aver cercato un contatto con Stasi, inviandogli una lettera nella quale gli comunicava di credere alla sua innocenza. Un gesto rimasto, almeno per quanto ne sa, senza risposta.

«Io gli ho scritto una lettera in cui gli dico questo, che credo alla sua innocenza. Lui non mi ha mai risposto, ma non so neanche se gli sia mai arrivata», ha raccontato durante l’intervista.

Le sue parole si inseriscono nel dibattito sul delitto di Garlasco, l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella villetta di famiglia il 13 agosto 2007. La posizione espressa da Sollecito è una sua valutazione personale: il caso di Stasi ha avuto un percorso giudiziario distinto da quello che ha coinvolto lui e Amanda Knox, conclusosi con l’assoluzione definitiva dei due per l’omicidio di Meredith Kercher.

Per Sollecito, il punto centrale è il rischio che il peso di una narrazione pubblica finisca per precedere la valutazione dei dubbi e degli elementi probatori. Una convinzione maturata anche attraverso l’esperienza personale di un processo che ha segnato profondamente la sua esistenza.

«Sono innocente, ma ho pagato io gli errori degli inquirenti»

Nel salotto di Canale 5, Sollecito è tornato a parlare delle conseguenze dell’inchiesta sull’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia nel novembre 2007. Dopo anni di indagini, processi e ribaltamenti giudiziari, la Cassazione ha assolto definitivamente lui e Amanda Knox nel 2015.

«C’è stata una volontà precisa anche delle istituzioni di ignorare la profonda ingiustizia che c’è stata nei miei confronti», ha dichiarato, denunciando quello che considera un mancato riconoscimento delle conseguenze subite.

«In realtà io sono assolutamente innocente, non ho fatto nulla. Ma ho pagato io questo sbaglio, non ha mai pagato chi lo ha fatto», ha aggiunto.

A distanza di diciannove anni dall’inizio della vicenda, il peso di quel periodo non sarebbe scomparso. «Ha condizionato la mia vita. Ha sconvolto la mia vita e la mia visione del mondo», ha raccontato. E alla domanda sul modo in cui guarda oggi alla propria esistenza, ha risposto con una distinzione significativa: «Mi sento sicuramente più libero di tanti altri da pregiudizi, ma mentalmente».

Sul piano personale, tuttavia, il sentimento è diverso: «Mi sento prigioniero di uno stigma che mi perseguita e di fatto ha condizionato tante cose nella mia vita».

Il rapporto con Amanda Knox e il bacio diventato un caso mediatico

Durante l’intervista, Sollecito ha ripercorso anche la relazione con Amanda Knox, con cui all’epoca dei fatti si frequentava da pochi giorni. Tra i ricordi rimasti legati al caso c’è il bacio scambiato all’esterno della casa di via della Pergola, diventato uno degli elementi più discussi della narrazione mediatica che li aveva etichettati come i «fidanzati diabolici».

«Io non mi pento di averla baciata, era un bacio di conforto, non era un bacio passionale», ha chiarito. Per lui si trattava di un gesto spontaneo, senza nulla di riprovevole, che venne invece interpretato in maniera negativa nel clima seguito all’omicidio.

Oggi i contatti con Knox sono meno frequenti, ma il legame non si è interrotto del tutto. «Con Amanda ci sentiamo, non spesso, ma ci sentiamo», ha spiegato, ricordando che lei ha costruito una nuova vita, è sposata e ha una figlia.

Sollecito ha però espresso perplessità sul titolo dello spettacolo di stand-up comedy realizzato dall’ex compagna, Cartwheel, termine inglese che significa «ruota». Pur precisando di non conoscere lo spettacolo e di presumere che sia rispettoso di Meredith e della sua famiglia, ha ammesso che il titolo gli ha provocato una reazione negativa: «La trovo un po’ una scivolata, per me arriva come una provocazione».

«Mi sono immaginato una vita diversa»

Sollecito ha ricordato anche il tentativo di mantenere vivo il rapporto con Amanda durante i primi mesi di carcere. Le scriveva, sperando che il sentimento potesse rinascere, fino a quando lei gli comunicò di considerarlo soltanto un amico. «Lì ho capito di dover mollare anche quel pensiero», ha raccontato.

La scorsa settimana, sempre a Verissimo, Knox aveva ricordato un viaggio a Gubbio insieme al marito, alla figlia, alla madre e allo stesso Sollecito. Durante quella passeggiata, un musicista di strada aveva scambiato Raffaele per il padre della bambina. Un episodio che aveva portato Amanda a immaginare come sarebbe potuta essere la loro vita se la tragedia di Perugia non fosse mai accaduta.

«Anch’io mi sono immaginato che la mia vita sarebbe potuta essere diversa», ha commentato Sollecito. «Certamente ci volevamo molto bene e ci trovavamo molto bene, è un interrogativo che non potrà mai avere risposta».

Il futuro lontano dall’Italia

La vicenda giudiziaria continua a influenzare anche le scelte future dell’ingegnere informatico. Sollecito ha spiegato di essersi concentrato sulla carriera e di non avere paura di costruire una famiglia, ma di provare sentimenti contrastanti nei confronti del proprio Paese.

«Non ho stima per le istituzioni e non voglio costruire una famiglia in Italia: ho il rifiuto totale nell’accettare ciò che mi è successo qui», ha dichiarato.

Parole che riportano al tema centrale dell’intervista: la difficoltà di lasciarsi alle spalle una vicenda giudiziaria anche dopo una sentenza definitiva di assoluzione. E che spiegano perché, oggi, Sollecito riconosca nella storia di Alberto Stasi una questione che va oltre il confronto tra i singoli casi: il rapporto tra giustizia, dubbio e stigma pubblico.

Di Redazione

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