Renee Nicole GoodRenee Nicole Good

Chi era Renee Nicole Good, uccisa da tre colpi alla testa da un agente dell’Immigration and Customs

Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina americana, madre di tre figli, poetessa premiata e senza una storia di militanza politica, è stata uccisa a Minneapolis, Stati Uniti, da un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) durante un’operazione nel quartiere sud della città. Tre colpi di pistola alla testa, esplosi attraverso il parabrezza del Suv su cui si trovava.

Una morte che ha immediatamente acceso la protesta e riaperto il dibattito sull’uso della forza da parte delle agenzie federali.


Dalla poesia alla tragedia: il profilo di Renee Good

Originaria del Colorado, Renee aveva studiato scrittura creativa alla Old Dominion University in Virginia, vincendo nel 2020 un premio dell’American Academy of Poets con una poesia dal titolo emblematico e inquietante: On Learning to Dissect Fetal Pigs.

Aveva lavorato come igienista mentale, poi come cassiera in banca, ma negli ultimi anni si era dedicata soprattutto ai figli. Bianca, bionda, fervente cristiana, come l’ha definita il primo marito, non era conosciuta come attivista. “Un’anima buona, probabilmente spaventata a morte”, ha detto la madre Donna Ganger.


L’incontro fatale all’incrocio innevato

Non è ancora del tutto chiaro cosa stesse facendo Renee, dopo aver accompagnato il figlio più piccolo a scuola, all’incrocio tra 34th Street e Portland Avenue. Secondo una prima ipotesi, avrebbe agito come “osservatrice legale” durante un’operazione Ice alla ricerca di immigrati irregolari.

Secondo la versione del Dipartimento per la Sicurezza Interna, la donna avrebbe tentato di investire gli agenti con il Suv, gesto definito addirittura come “terrorismo domestico”. Una ricostruzione respinta con forza da manifestanti e autorità locali.


Il racconto della partner: “Hanno appena sparato a mia moglie”

A filmare la scena è stata la nuova compagna di Renee, che si trovava all’esterno del veicolo. Nel video, diventato virale, la donna corre dietro al Suv con targa del Kansas City, mentre Renee, già colpita mortalmente, accelera.

“Hanno appena sparato a mia moglie”, urla, prima di crollare a terra con accanto il cane. “È colpa mia, le ho chiesto io di venire qui. Siamo nuove, non conosciamo nessuno”, ripete, sotto shock.


Un passato familiare complesso e tre figli rimasti soli

Renee era stata sposata due volte. Dopo il divorzio dal primo marito, rimasto anonimo per tutelare i figli adolescenti, era rimasta vedova nel 2023: il secondo marito, Tim Macklin, comico ed ex militare, era morto lasciando orfano il loro figlio più piccolo.

Tre anni fa aveva cambiato cognome in Good, in omaggio alla nuova partner. Ora l’ultimogenito resterà probabilmente affidato ai nonni paterni.


L’agente Ice e lo scontro istituzionale sull’indagine

L’agente che ha sparato ha dieci anni di esperienza nell’Ice, maturata nel reparto Enforcement and Removal Operations, specializzato in arresti ed espulsioni.

Ma lo scontro si è spostato rapidamente sul piano istituzionale. Il Minnesota Bureau of Criminal Apprehension (BCA) accusa l’Fbi di aver bloccato l’accesso a prove, materiali e testimonianze, impedendo un’indagine indipendente secondo la legge statale.


Proteste, scontri e una città in tensione

A Minneapolis la tensione è esplosa. Migliaia di persone sono scese in piazza contro l’Ice e l’amministrazione federale. Ci sono stati scontri con la polizia, arresti e uso di lacrimogeni. La folla urla “vergogna”.

Decine di cittadini hanno partecipato anche a una veglia silenziosa, costruendo un memoriale con fiori e candele nel quartiere dove Renee Good è stata uccisa.


Una morte che divide l’America

Mentre l’amministrazione Trump difende l’operato degli agenti, per molti Renee Good è diventata il simbolo di una deriva repressiva e di una frattura sempre più profonda tra autorità federali e comunità locali.

Una poetessa, una madre, una cittadina americana uccisa in circostanze che restano, ancora oggi, drammaticamente controverse.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *