Salvatore Russotto e la mamma di RiccardoSalvatore Russotto e la mamma di Riccardo

Non sarà licenziato, ma non guiderà più un autobus. Il caso Russotto si chiude – almeno sul piano aziendale – con una soluzione che sa di compromesso: trasferimento ad altra mansione e cambio di sede per Salvatore Russotto, 61 anni, il conducente che tre settimane fa lasciò a piedi un ragazzino di 11 anni di Vodo di Cadore, costringendolo a percorrere sei chilometri sotto la neve per tornare a casa.

Una vicenda che ha incendiato social, talk show e coscienze civili. E che ora entra in una nuova fase.

Perché Salvatore Russotto non è stato licenziato?

La decisione è arrivata al termine del procedimento disciplinare interno avviato da La Linea, la società veneziana che gestisce il servizio. Dopo la sospensione cautelare, l’azienda ha valutato le controdeduzioni del dipendente, presentate con l’assistenza di un rappresentante sindacale della Cgil.

Elemento centrale: le immagini delle telecamere interne del bus. Dai filmati – secondo quanto riferito dall’azienda – non emergerebbe un ordine esplicito di scendere dal mezzo. Il minore, dopo aver ricevuto il diniego all’uso dei vecchi biglietti chilometrici non più validi in quei giorni, sarebbe sceso autonomamente.

Un dettaglio che cambia la qualificazione disciplinare del fatto, ma non la percezione pubblica. Perché nella narrazione collettiva resta l’immagine di un bambino con le labbra blu, arrivato a casa dopo una marcia forzata nella neve, con un principio di ipotermia riscontrato al pronto soccorso.

Cosa è successo davvero sull’autobus a San Vito di Cadore?

Al centro della vicenda c’è un biglietto. O meglio, la sua invalidità temporanea. In quei giorni sulla linea 30 Calalzo-Cortina era in vigore il ticket unico olimpico da 10 euro, introdotto per il periodo legato agli eventi in vista delle Olimpiadi invernali.

Il giovane studente, Riccardo Zuccolotto, aveva con sé un abbonamento chilometrico. Non valido, secondo le disposizioni temporanee. Da qui il rifiuto alla salita senza nuovo ticket.

Dopo l’esplosione mediatica del caso Russotto, la Provincia ha ripristinato in fretta e furia i biglietti chilometrici per i residenti. Un dietrofront che ha alimentato ulteriormente le polemiche: se la norma era sbagliata, perché farne pagare il prezzo a un undicenne?

Russotto cambia mansione: scelta aziendale o richiesta personale?

Ufficialmente, entrambe. L’azienda ha proposto un trasferimento in altra sede. Ma è stato lo stesso Russotto a chiedere di non tornare alla guida.

Travolto dall’eco nazionale del caso Russotto, l’ex camionista avrebbe preferito un incarico diverso fino al pensionamento, previsto tra circa un anno. La natura del nuovo ruolo resta riservata.

«Mi sento tranquillo», ha dichiarato. «Ho spiegato come sono andate le cose. Non ho mai avuto l’intenzione di nuocere a nessuno». Le scuse alla famiglia sono arrivate. E la famiglia, almeno sul piano umano, ha scelto il perdono.

Ma il diritto segue un’altra traiettoria.

Il procedimento per abbandono di minore resta aperto?

Sì. Presso la Procura di Belluno è ancora aperto un fascicolo per abbandono di minore. La querela è stata presentata dall’avvocata padovana Chiara Balbinot, nonna del bambino.

Si tratta di un reato procedibile d’ufficio. Anche un’eventuale remissione della querela non chiuderebbe automaticamente il procedimento. L’esito dell’indagine penale sarà autonomo rispetto alla decisione aziendale, anche se le risultanze disciplinari – comprese le immagini di videosorveglianza – potranno avere un peso.

Il caso Russotto, dunque, non è archiviato.

Dal gelo alla ribalta olimpica: il paradosso finale

C’è poi l’epilogo simbolico. Dopo giorni di indignazione nazionale, il presidente del Coni Giovanni Malagò ha invitato il ragazzino alla cerimonia legata agli eventi olimpici a Cortina. L’11enne ha affiancato quattro campioni del fondo durante l’alzabandiera, cantando l’Inno di Mameli.

Una scena da riscatto collettivo. Ma che non cancella quei sei chilometri nella neve.

Il caso Russotto resta una cartina di tornasole: regole applicate rigidamente, comunicazione istituzionale confusa, indignazione social a ondate, azienda che media, giustizia che procede. In mezzo, un bambino e un uomo a un anno dalla pensione.

Non è una storia in bianco e nero. È una fotografia dell’Italia contemporanea: inflessibile con i moduli, rapidissima nei giudizi, lentissima nelle riforme. E capace, solo dopo il clamore, di fare marcia indietro.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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