Anthony Marks e le aggreditriciAnthony Marks e le aggreditrici

Riconosciuto l’omicidio solo a una delle tre aggreditrici

Tre adolescenti, una notte di violenza brutale e una serie di selfie e video scattati subito dopo il pestaggio: è da quelle immagini, apparentemente innocue, che è partita l’inchiesta che ha portato alla condanna di tre giovani spacciatori per la morte di Anthony Marks, 51 anni, senzatetto, deceduto a Londra dopo settimane di agonia.

La vicenda, emersa nelle aule dell’Old Bailey, offre uno spaccato crudo della violenza legata allo spaccio di droga lungo le “county lines”, le rotte criminali che collegano Londra alle periferie e alle province inglesi, spesso gestite da bande composte anche da giovanissimi.

L’aggressione a King’s Cross e la fuga

Anthony Marks venne trovato all’alba del 10 agosto 2024, intorno alle 5:25, nei pressi della stazione di King’s Cross, con gravi ferite alla testa e alle braccia. Barcollava, coperto di sangue, davanti all’atrio principale. I paramedici lo trasferirono d’urgenza al St Mary’s Hospital di Paddington, dove una TAC rivelò una emorragia cerebrale compatibile con una violenta aggressione.

Secondo la ricostruzione della polizia metropolitana, Marks era stato colpito con il cofano di un’auto, inseguito, calpestato e infine picchiato con una bottiglia di gin nei pressi del pub McGlynn’s, chiuso in quel momento. Un attacco definito dagli investigatori come una spedizione punitiva.

Selfie prima e dopo il delitto

A incastrare gli aggressori sono state proprio le immagini scattate quella notte. Selfie e video mentre ballano mostrano le giovani che posano sorridenti, prima e dopo l’aggressione, convinti di averla fatta franca. Quelle stesse immagini, analizzate dagli investigatori, hanno permesso di collocarli sulla scena del crimine e di ricostruire i loro movimenti nelle ore successive.

I nomi oggi possono essere resi noti perché tutti hanno superato i 18 anni: Jaidee Bingham, 18 anni, Eymaiyah Lee Bradshaw-McKoy, 18, e Mia Campos-Jorge, 19.

Il processo e le condanne

Dopo 47 ore e 47 minuti di camera di consiglio, la giuria ha riconosciuto Bingham colpevole di omicidio. Le due ragazze sono state assolte dall’accusa principale ma condannate per omicidio colposo. Tutti e tre sono stati ritenuti responsabili della morte di Marks, nonostante – come emerso in aula – vi siano state “opportunità perse” per salvarlo.

Il giudice Mark Dennis KC ha inflitto a Bingham la pena di 16 anni. Bradshaw-McKoy è stata condannata a tre anni e 11 mesi, Campos-Jorge a tre anni e sei mesi.

La lite per la droga e il movente

Durante un interrogatorio, Anthony Marks aveva raccontato di una lite con il suo spacciatore locale, noto con il soprannome di “Ghost”, identificato poi in Bingham. Il motivo sarebbe stato il furto di crack da parte di una ragazza legata al gruppo. Marks aveva negato qualsiasi coinvolgimento, ma sarebbe stato comunque ritenuto responsabile.

Secondo l’accusa, una delle giovani era stata rapinata e aggredita mentre consegnava droga e il gruppo aveva deciso di vendicarsi. «Quella violenza non poteva restare impunita», ha spiegato in aula il pubblico ministero.

Dall’ospedale al carcere, fino alla morte

Marks venne dimesso dall’ospedale e trasferito in carcere il 13 agosto 2024, nonostante lamentasse forti mal di testa e difficoltà di linguaggio. Non gli fu effettuata una nuova TAC. Il 29 agosto ebbe una crisi epilettica in cella. Ricoverato al King’s College Hospital, fu sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza per rimuovere un coagulo di sangue, ma morì il 14 settembre, dopo la decisione di interrompere le cure.

“Un omicidio di spietata brutalità”

«Si tratta di un omicidio particolarmente spietato», ha dichiarato l’ispettore Jim Barry della Metropolitan Police. «La loro giovane età è scioccante, ma non giustifica una violenza così feroce. Credevano di essere sfuggiti alla giustizia, arrivando persino a ridere e a scattare selfie. Quelle immagini li hanno traditi».

Un caso che scuote Londra e riapre il dibattito su giovani, criminalità e spaccio, mostrando come l’arroganza digitale possa trasformarsi nella prova decisiva di un delitto.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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