Il bracciante che si è salvato dall'orribile agguato nel cosentinoIl bracciante che si è salvato dall'orribile agguato nel cosentino

La testimonianza dell’unico sopravvissuto potrebbe dare una svolta all’inchiesta sulla strage di Amendolara, fermati due uomini

Un viaggio che si è trasformato in una trappola mortale. Quattro lavoratori migranti morti carbonizzati all’interno di un minivan e un solo superstite che oggi racconta un possibile movente agghiacciante: avrebbero chiesto di essere pagati per il lavoro svolto nei campi e per questo sarebbero stati uccisi.

È una delle ipotesi più inquietanti che emerge dall’inchiesta sulla strage avvenuta ad Amendolara, lungo la Statale 106 nel Cosentino, dove quattro persone hanno perso la vita in circostanze che gli investigatori definiscono compatibili con un vero e proprio quadruplice omicidio.

Nelle ultime ore la Procura di Castrovillari ha disposto il fermo di due cittadini pakistani, ritenuti i presunti responsabili della strage. A incastrarli sarebbero state le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza del distributore di carburante dove si è consumato il massacro.

Le immagini choc: benzina nel minivan e le vittime intrappolate

Secondo quanto trapela dalle indagini, i filmati mostrerebbero una scena drammatica.

I due fermati sarebbero stati ripresi mentre si muovono attorno al minivan pochi istanti prima dell’incendio. In particolare, uno dei due sarebbe stato visto vicino al portellone posteriore aperto, mentre l’altro avrebbe cercato di impedire agli occupanti del mezzo di uscire.

Poi la fiammata improvvisa e la fuga.

Una ricostruzione che, se confermata, trasformerebbe definitivamente la vicenda da tragico episodio a strage premeditata.

A bordo del veicolo viaggiavano sette persone. Quattro non sono riuscite a salvarsi. Un quinto passeggero, un cittadino afghano regolarmente presente in Italia, è invece riuscito a sopravvivere sfondando un finestrino e scappando dal mezzo in fiamme.

«I soldi non ce li davano»: il racconto del superstite

È proprio la testimonianza dell’unico sopravvissuto a rappresentare uno degli elementi più importanti dell’inchiesta.

L’uomo ha raccontato che le vittime lavoravano come braccianti agricoli tra Calabria e Basilicata, impegnati soprattutto nella raccolta delle fragole.

Secondo il suo racconto, i lavoratori avrebbero più volte chiesto il pagamento delle giornate lavorative senza ottenere quanto spettava loro.

«I soldi non ce li davano. Ci davano da mangiare, ci davano la casa. Ma i soldi no», avrebbe riferito.

Una frase che apre uno scenario inquietante sullo sfruttamento della manodopera migrante nelle campagne del Sud.

Il superstite sostiene inoltre che i due fermati avrebbero preteso denaro anche per il trasporto e che il rifiuto delle vittime avrebbe provocato la reazione violenta culminata nell’incendio del minivan.

La pista del caporalato e le accuse di minacce

Nelle sue dichiarazioni l’uomo parla apertamente di una presunta rete di sfruttamento.

Racconta di minacce, intimidazioni e di un sistema che avrebbe controllato il lavoro dei migranti nei campi.

Parole che ora dovranno essere verificate dagli investigatori attraverso testimonianze, riscontri documentali e ulteriori accertamenti.

La Squadra Mobile di Cosenza sta cercando di ricostruire non soltanto quanto accaduto nelle ore precedenti alla strage, ma anche il contesto lavorativo nel quale vivevano le vittime.

L’obiettivo è capire se dietro il massacro possa esserci un sistema consolidato di caporalato, sfruttamento e controllo della manodopera straniera.

Dalla Calabria si alza la richiesta di verità

La vicenda ha provocato sgomento in tutta la Calabria.

Il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha definito quanto accaduto “disumano”, mentre il vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Francesco Savino, ha parlato di una tragedia che impone una riflessione profonda sul trattamento riservato ai lavoratori migranti.

Anche i sindacati chiedono che l’inchiesta faccia piena luce sulle responsabilità e sulle condizioni in cui molti braccianti sono costretti a vivere e lavorare.

Una strage che riporta al centro il tema dello sfruttamento

Oltre all’aspetto criminale, la strage di Amendolara riporta sotto i riflettori una questione che da anni attraversa molte aree agricole italiane: il rapporto tra immigrazione, lavoro stagionale e sfruttamento.

Se il racconto del superstite dovesse trovare conferme, il movente sarebbe ancora più sconvolgente: quattro uomini uccisi perché pretendevano semplicemente ciò che ogni lavoratore dovrebbe ricevere, il pagamento del proprio lavoro.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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