Al Festival più osservato d’Italia basta una frase per accendere la miccia. E quest’anno la miccia si chiama Andrea Pucci.
Nel pieno della vigilia sanremese, il direttore artistico Carlo Conti si trova a rispondere a una domanda che intreccia spettacolo e politica: l’intervento del presidente del Senato Ignazio La Russa, che aveva evocato una “presenza riparatoria” del comico Andrea Pucci sul palco del Festival di Sanremo.
La replica è diplomatica ma ferma: rispetto istituzionale sì, imposizioni no. “Non posso obbligare una persona a fare qualcosa contro la sua volontà”. Tradotto: Sanremo è un palco, non un’aula parlamentare.
Pucci a Sanremo? Cosa ha detto davvero Carlo Conti
Conti non elude la questione. Spiega di aver contattato personalmente Pucci nei giorni scorsi, proponendogli anche un video messaggio dal tono leggero. La risposta del comico è stata negativa: “Non se la sente”.
Fine della storia? Non proprio.
Il direttore artistico sottolinea di rispettare “la seconda carica dello Stato” e di aver ascoltato con attenzione le parole di La Russa. Ma la linea resta netta: la volontà dell’artista viene prima di ogni altra considerazione.
“Andrea avrà tutto il tempo nei prossimi mesi per riempire i teatri e far divertire la gente”. Una chiusura che suona come un invito a separare i piani: la carriera di Pucci prosegue, il Festival va avanti.
Sanremo è sotto pressione politica?
Alla domanda sulle presunte ingerenze politiche, l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi risponde secco: “No. Non ci sono”.
E aggiunge una riflessione più ampia: Sanremo è uno specchio del Paese. Cultura, società, economia e politica si incrociano inevitabilmente. Il dibattito è fisiologico, spesso amplificato dai media.
In altre parole: il Festival è un’arena simbolica, ma non un terreno di commissariamento.
La distinzione è sottile ma decisiva. La politica può commentare, suggerire, criticare. Ma la direzione artistica resta autonoma.
Il caso Morgan: fino a che punto conta la giustizia?
La conferenza stampa scivola poi su un altro terreno scivoloso: la presenza di Morgan, imputato in un processo per stalking (procedimento al momento sospeso per un nodo tecnico), che avrebbe dovuto affiancare Chiello in un duetto, salvo poi scegliere di restare dietro le quinte.
Conti richiama un precedente: le polemiche dello scorso anno su Emis Killa e Fedez.
“Finché non c’è una sentenza definitiva, io non sono il giudice”, afferma. E rincara con un paragone volutamente paradossale: sarebbe come vietare duetti “con le persone bionde”.
Il principio è chiaro: la selezione è artistica, non morale. Se la cover è valida musicalmente, il direttore artistico non può trasformarsi in magistrato.
Arte e vita privata: dove passa il confine?
La posizione di Conti è lineare ma divisiva. Da un lato, difende la presunzione di innocenza e la libertà artistica. Dall’altro, respinge l’idea che il Festival debba farsi carico delle vicende giudiziarie personali degli artisti.
“Non è lavarsi le mani”, precisa. “Io mi occupo della parte artistica”.
Sanremo, nella sua visione, è “un festival democratico”: un luogo dove la musica viene prima delle biografie, almeno finché non interviene una sentenza definitiva.
È un equilibrio delicato. Perché il palco dell’Ariston non è neutro: è una vetrina nazionale, un amplificatore culturale, un simbolo.
Il Festival tra spettacolo e simbolo
Ogni edizione del Festival si muove su un crinale sottile: da un lato l’intrattenimento, dall’altro il valore simbolico che la manifestazione ha assunto nel tempo.
Quando interviene la politica, anche solo con una dichiarazione, il dibattito si accende. È successo con Pucci. È successo con Morgan. Succede quasi ogni anno.
Ma la linea di Conti è coerente: rispetto per le istituzioni, autonomia per le scelte artistiche.
Sanremo non è un tribunale. Non è un Parlamento. Non è un organo disciplinare. È, prima di tutto, uno spettacolo.
E in questo spazio ibrido, dove le luci dell’Ariston si intrecciano con i riflettori della cronaca, la vera sfida non è evitare le polemiche. È governarle senza perdere la bussola.

