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Dante e l’italiano di oggi: espressioni dantesche ancora in uso

Dire Dante significa dire Italia. Numerose espressioni dantesche presenti nella Divina Commedia le adoperiamo ancora nel vocabolario corrente e nel frasario d’ogni giorno.

Nello scrivere il suo capolavoro Dante si è valso di espressioni attinte da una pluralità di registri stilistici: figurano nel poema espressioni alte e ricercate ma anche popolari e schiette. Nelle opere dell’Alighieri si ravvisa in particolare il lessico di base dell’italiano moderno. Il 90% delle parole che usiamo oggi risultano già nella Divina Commedia che può quindi considerarsi anche un repertorio lessicografico, una sorta di arca, tesoro e database dell’italiano delle origini. Non a caso, a proposito della sua opera composita, gli studiosi hanno parlato di plurilinguismo.

In questo articolo ripercorriamo il capolavoro dantesco da questo inedito punto di vista.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura

(Inferno, Canto I)

Incipit potente che ci cala subito nella narrazione. La  discesa agli inferi di Dante inizia il 7 aprile del 1300 quando il sommo poeta ha 35 anni. In quella data papa Bonifacio VIII indice il primo giubileo della storia. Il viaggio durerà una settimana. Ma al giorno d’oggi quando si raggiunge il mezzo del cammin di nostra vita? L’aumento dell’aspettativa di vita ha sicuramente spostato molto più in là questo limite. In particolare stando a un sondaggio realizzato dal sito inglese di e-learning per adulti Love to learn, che ha intervistato 1000 adulti con età pari o superiore ai 50 anni, secondo i partecipanti l’età media in cui inizia il periodo di mezzo della vita è stata fissata a 55 anni. In realtà ciò deriva anche dal fatto che la nostra società non prevede veri e propri riti di iniziazione che sanciscano il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, come invece avveniva ad esempio presso i greci e i romani e molte altre civiltà ancora.

Fa tremare le vene e i polsi 

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; aiutami da lei, famoso saggio; ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”. “A te convien tenere altro viaggio …

(Inferno, Canto I, v. 90)

Dante si rivolge a Virgilio “quel savio gentil, che tutto seppe” per affrontare questo viaggio irto di pericoli e ambasce d’ogni sorta. Quante volte la vita ci coglie impreparati facendoci tremare le vene e i polsi? Rispetto alle sue lezioni rimaniamo sempre degli eterni scolari.

Qui si parrà la tua nobilitate

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

(Inferno Canto II, vv 7-9)

L’invocazione poetica alle Muse è un topos letterario. Virgilio in questo canto rivela a Dante che soltanto un intervento soprannaturale potrà consentirgli di compiere questo viaggio tanto ardito per la salvezza  della sua anima. Dante in effetti attingerà alla nobiltà del suo ingegno di poeta e di uomo. Potremmo tradurre questa espressione con un qui si vedrà ciò che vali. In senso più generale può essere resa con un si vedrà ciò di cui sei capace.

Io era tra color che sono sospesi

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

(Inferno, canto II, vv. 52-54)

Così Virgilio, parlando di sé a Dante, gli dice di trovarsi nel limbo. Vi si trovano i non battezzati e gli uomini virtuosi vissuti prima di Cristo. Il limbo che Dante definisce “primo cerchio che l’abisso cigne” (Inf. IV,25) è parola latina che significa orlo. Le anime che vi sono non soffrono una pena, ma una mancanza (“duol sanza martìri”) in quanto rifiutarono la fede non a causa del peccato ma perché non ne vennero a  conoscenza. Con questa espressione proverbiale si suole indicare uno stato di incertezza e attesa.

Io son fatta da Dio, sua mercé, tale che la vostra miseria non mi tange

(Inferno, Canto II, verso 92)

Sono queste le parole che pronuncia Beatrice discesa dal Paradiso nel limbo per comandare a Virgilio l’alta missione che lo attende: salvare Dante. ll sommo fiorentino coglie l’occasione per chiedere a Beatrice come fa a passare dalle beatitudini celesti a questo luogo dannato senza per questo soffrire alcunché. Beatrice gli risponde che ormai Dio ha fatto di lei un’anima beata, pertanto le miserie dell’inferno e quelle umane non la toccano. Quando Dante fa parlare le anime del cielo non può che utilizzare quali sue fonti il linguaggio scritturale e teologico.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

(Inferno, canto III, v.9)

E’ questa l’iscrizione impressa sulla porta dell’inferno. Per le anime dannate non vi è speranza alcuna di redenzione o perdono. Le pene infernali sono eterne.

Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare

(Inferno, Canto III, vv. 94-96)

Si tratta delle parole con le quali Virgilio rabbonisce il guardiano della soglia. Il vate latino spiega che il viaggio è voluto da Dio perché la presenza del tutto inconsueta di un mortale in questo regno degli inferi altrimenti violerebbe gli eterni decreti. Il guardiano della soglia rappresenta un attore importante nell’economia di un testo narrativo. Possiamo considerare i guardiani della soglia come gli ostacoli comuni che incontriamo nella vita di tutti i giorni. Ma soprattutto possono definirsi i nostri demoni interiori che ci ostacolano ogni qualvolta la nostra vita può essere a un punto di svolta. La loro funzione è quella di metterci alla prova per vedere se siamo veramente determinati a raggiungere la nostra meta. Il guardiano della soglia è quindi una sorta di demone interiore che ci sfida lungo il cammino della vita per vagliare la nostra reale disposizione al cambiamento.

E caddi come corpo morto, cade

(Inferno, canto V, verso 142)

Dopo aver appreso commosso la storia di Paolo e Francesca, Dante sviene perché soltanto il deliquio dei sensi può interrompere questa tensione emotiva altrimenti insopportabile. Il rischio maggiore che Dante corre nell’incontrare alcuni dannati è proprio di riconoscersi in alcuni di loro come in un riflesso speculare, ma Virgilio, fida guida, invita il poeta, talvolta anche in maniera spiccia, a non attardarsi troppo in certe conversazioni con i dannati. D’altronde il viaggio da affrontare è lungo e il tempo è breve.

Bontà non è che sua memoria fregi

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bontà non è che sua memoria fregi:

così s’è l’ombra sua qui furïosa.

(Inferno, Canto VIII, vv. 31-63)

In questa palude stigia immersi nel fango son puniti gli iracondi e gli accidiosi. Alla lettera non c’è atto di lui nel mondo, ovvero di Filippo Argenti, che lo possa nobilitare. In questo quinto cerchio nella palude dello Stige Dante Incontra Filippo Argenti, un iracondo e superbo con cui era già in polemica in vita e tale lo è anche il Dante personaggio nell’aldilà. Se in precedenza Dante aveva manifestato un atteggiamento compassionevole per altri dannati quali Paolo e Francesca, qui invece sembra essere mosso da sdegno e anche compiacimento per la cattiva sorte che tocca a Filippo Argenti. Tra la famiglia degli Adimari, ai quali Filippo Argenti apparteneva e quella di Dante, pare che vi fossero rapporti tutt’altro che cortesi. Sulla base dei racconti dell’epoca si narra di come una volta l’Argenti prese a schiaffi Dante e di come la sua famiglia si oppose alla revoca del bando a carico del poeta e ne avesse incamerato i beni posti sotto confisca.

Senza infamia e senza lode

(Inferno, canto III vv. 34-36)

Ed elli a me: “Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”.

Questa espressione è riferita da Dante agli ignavi, ovvero a coloro che non presero mai posizione in vita, pertanto non meritarono nè il biasimo nè l’elogio. Vissuti ai margini della vita, i loro volti non a caso non sono delineati perché come nella loro esistenza sono stati in ombra così lo sono e saranno per l’eternità nel regno dei morti. Il mondo non conserva alcun ricordo di loro, come se non fossero mai vissuti. Per la legge del contrappasso il poeta fiorentino li condanna a correre dietro un’insegna nudi, senza poterla mai raggiungere. Per di più il loro stato è aggravato dalla puntura di mosconi vespe e di vermi che suggono il sangue che ne stilla dalle ferite. Immobili in vita perennemente di corsa per l’eternità: mirabile esempio del contrappasso dantesco.

Non ragioniam di loro ma guarda e passa

(Inferno, canto III, vv. 49-51)

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragionar di loro, ma guarda e passa

Anche questa espressione è riferita da Dante agli ignavi. Si usa spesso come espressione comune per indicare di sorvolare su fatti che non meritano alcuna considerazione.

Colui che per viltade fece il gran rifiuto

(Inferno, Canto III, vv. 59-60)

Si riferisce alla rinuncia al soglio pontificio da parte di Celestino V, detto Pietro da Morrone, che quindi aprì la strada al suo successore, il cardinale Benedetto Caetani, ovvero il famigerato Bonifacio VIII, contro cui Dante ne dirà peste e corna nel corso del poema. Fu questo infatti il papa responsabile del suo esilio da Firenze. Dante colloca Bonifacio VIII nell’inferno quando questi è ancora vivo.

Io venni in loco d’ogne luce muto

(Inferno, Canto V, verso 28)

Mirabile espressione dantesca. Con la figura retorica  della sinestesia, Dante descrive lo spettacolo dell’inferno, in tutto il suo orrore:contrappunto e cozzare di orribili favelle, lamenti, grida strida e bestemmie.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona

(Inferno, canto V, vv. 103-105)

Siamo nel secondo cerchio dell’inferno. Questi versi celeberrimi ci dicono che chi è amato non può non riamare. Ma siamo proprio persuasi che sia così? Chiederlo a Werther, Jacopo Ortis, Cyrano de Bergerac e a quanti altri hanno provato quanto possa essere intinto nel veleno il dardo di Cupido.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse

(Inferno, canto V, v. 136)

Galeotto in realtà in principio fu un nome proprio. Deriva dalla trascrizione dell’originale Galehault (o Galehaut), personaggio che si spese per l’amore tra Lancillotto e Ginevra. Potremmo definirlo quindi come una sorta di mezzano d’amorosi sensi. Il libro che stavano leggendo quel giorno Paolo e Francesca ebbe lo stesso risultato di Galeotto. Travolti dalla passione si baciarono e “quel giorno più non vi leggemmo avante”.

ahi fiera compagnia

Noi andavam con li diece demoni.

Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

(Inferno, Canto XXII, vv: 13-15)

Si tratta di una frase proverbiale tipica del tempo che si soleva pronunciare in un contesto conviviale. E’ il canto questo relativo alla commedia dei diavoli. In particolare in questo ottavo cerchio nella quinta bolgia di Malebranche vi sono condannate le anime dei barattieri, ovvero dei fraudolenti contro chi non si fida. Si trovano immersi nella pece e quando velocemente si sollevano per respirare vengono adunghiati dai diavoli che ne fanno strame e strazio.

Chè voler ciò udire è bassa voglia

(Inferno, Canto XXX, verso 148)

In questo canto troviamo la descrizione dei falsari di metalli (alchimisti), di persona, di parola e di moneta affetti da malattie deturpanti. Tra i falsari di parola estenuati dalla febbre in particolare Dante incontra la moglie di Putifarre e Sinone il greco che ingannò i Troiani persuadendoli a introdurre in città il famoso cavallo di Troia. Talvolta la cronaca dei giornali ci restituisce numerosi esempi di loschi figuri che paiono tratti di pari passo dall’inferno dantesco: non solo episodi delittuosi, ma anche di ordinaria e quotidiana inciviltà.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza

(Inferno, canto XXVI, vv. 119-120)

Con questi versi memorabili il personaggio di Ulisse sprona i suoi compagni a seguirlo nel “folle volo” ovvero nell’impresa di varcare le colonne d’Ercole, oggi lo stretto di Gibilterra, che un tempo si riteneva che segnassero il limite estremo del mondo conosciuto. Il lettore moderno vi può leggere un invito alla conoscenza. Dante colloca Ulisse nella bolgia dei consiglieri fraudolenti. L’eroe omerico lo si può definire un esploratore che trapassa il segno, mentre Dante è un pellegrino che per il suo itinerario catartico necessita di una guida. Per Dante la sapienza terrena senza la grazia della fede è destinata a naufragare. In un mondo senza Dio, dove non si sa più dove siano il bene e il male, la navigazione rischia sempre più di perdere la rotta, di naufragare, cosa che in effetti accade ad Ulisse. La conoscenza che non tenga conto dell’etica è monca e può portare a dei naufragi della ragione. Il sapere quando è un desiderio senza misura può condurre a degli abbacinamenti esiziali. Basti pensare all’utilizzo della bomba atomica nella seconda guerra mondiale oppure agli stessi progressi della medicina che sollevano sempre più interrogativi dal punto di vista bioetico.

Il Bel Paese là dove ‘l sì suona

(Inferno, canto XXXIII, vv. 79-84)

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ‘l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

L’espressione è sinonimo di Italia. Ci troviamo nel IX cerchio, dove trovano amara mercede i traditori della patria. Dante rievoca la vicenda del conte Ugolino della Gherardesca, nobile pisano che in vita è accusato di tradimento nei confronti dei ghibellini e viene rinchiuso in una torre assieme ai figli Gaddo e Uguccione e ai nipoti Anselmuccio e Nino. La loro morte è orribile: sono condannati a morire di inedia. Per sei interminabili giorni assiste alla lenta agonia dei suoi cari “poscia più che ‘l dolore potè ‘l digiuno”.

“La dove i peccatori stanno freschi”

(Inferno, canto XXXII, verso 117)

Nel nono cerchio, che è il punto più basso del regno di Lucifero, troviamo i traditori che sono immersi nel Cocito, un immenso lago ghiacciato. Le ali di Lucifero producono raffiche di vento gelido che ghiacciano in continuazione i dannati. Viene usata oggi per significare una condizione sfavorevole o si riferisce all’intraprendere qualcosa che avrà un esito negativo, ma la si adopera anche per celia.

Ma vedi là un’anima che, posta sola soletta, inverso noi riguarda: quella ne ‘nsegnerà la via più tosta

(Purgatorio, canto VI, vv. 58-60)

Il poeta Sordello non appena apprende che anche Virgilio è originario di Mantova, lo abbraccia. Il viaggio nei gironi infernali può dirsi oramai concluso: Dante si appresta a scalare la montagna del Purgatorio. Mentre il poeta prova a sottrarsi dalla turba dei dannati che gli si fa attorno, intravede l’anima di Sordello da Goito, poeta mantovano, molto amato soprattutto dagli scrittori risorgimentali. A questo punto principia la celebre invettiva di Dante:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave senza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

(Purgatorio, canto VI, vv. 77-79)

Si tratta di uno dei versi più conosciuti della Divina Commedia dotati di grande forza espressiva. Quella di Dante è una dura apostrofe all’Italia. Il poeta nel ricordare la decadenza attuale compiange la grandezza passata quando l’impero romano dominava su tutti i popoli del mediterraneo e oltre. Secondo Dante bisogna ricostituire in chiave cristiana l’antico dominio romano sotto l’egida dell’imperatore di Germania per superare i particolarismi localistici. Questa guida politica legittima la ravvisa nell’imperatore Arrigo VII, a cui dedicò ancora vivo un seggio in paradiso. Dante descrive l’Italia come una donna sventurata, che ha abdicato al ruolo regale di signora delle nazioni a quello di trista prostituta: è l’emblema di un paese che ha perduto la sua dignità ed è diventata luogo di prostituzione, perchè gli alti seggi sono frutto di prebende che si vendono come in un bordello (v. 78).

E quindi uscimmo a riveder le stelle

Con questa bellissima immagine si chiude l’ultimo endecasillabo della cantica dell’inferno. Ed è così anche nel XXXIII canto del Purgatorio quando Dante è finalmente pronto a salire “a le stelle”. L’ultimo verso del paradiso si conclude in maniera analoga “L’amor che move il sole e l’altre stelle”. Soltanto dopo aver attraversato l’inferno, traghettatovi dal barcaiolo Caronte “nocchier de la livida palude”, in un lento e faticoso salire, cammino ascoso sempre accosto al suo duca, con i suoi gironi, le sue bolgie stipate di dannati e cariche di peccatori d’ogni sorta, la città di Dite dalle mure ferrigne dal fosco corruscare, balze e ripe scoscese, argini rocciosi, baratri, fiumi fumanti di sangue bollente, ponti sconnessi, ripidi costoni, Dante può proseguire il suo viaggio. Il percorso di redenzione del poeta ha superato la prova più terribile. Per aspera ad astra dicevano gli antichi. D’altronde il firmamento è ciò che permette ai marinai di orientare la rotta della navigazione. Che una stella, nel mare tempestoso delle nostre esistenze, ci indichi sempre una via di salvezza.

Marco Troisi

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