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Sì viaggiare evitando le buche più dure, cantava Lucio Battisti. In effetti al giorno d’oggi, al netto del manto stradale non sempre in perfette condizioni, viaggiare è un’esperienza piuttosto comune. D’altronde si può dire che l’uomo fin dalla sua comparsa sia la creatura nomade per eccellenza. 

Il viaggio nel mondo antico 

Non v’è dubbio che nella letteratura greca il prototipo perfetto del viaggiatore sia Ulisse. Il viaggio di Ulisse si muove lungo le direttrici dell’avventura e della nostalgia, corde che toccano la sensibilità moderna. L’eroe greco dovrà affrontare pericoli e insidie di ogni sorta prima di poter riuscire a tornare ad Itaca, dopo 20 anni, da Penelope e dal figlio Telemaco. Anche l’Eneide di Virgilio può intendersi come la storia di un viaggio: Enea che fugge da Troia incendiata per fondare la nuova città, la futura Roma.

Al profugo Enea tocca il compito fissato dagli Dei di fondare la stirpe romana. Il viaggio è quindi anche mito fondativo di nuove città. Nel mondo antico abbiamo diverse figure di viaggiatori, ovvero il soldato che viaggia per mestiere e il pellegrino per ricevere un responso dagli oracoli. In particolare in ambito greco, e sarà così anche per i romani, si diffondono i pellegrinaggi verso i santuari delle divinità. Si diffondono anche le prime forme di strutture organizzate che accolgono i viandanti, ovvero le stationes, oltre che le terme. E’ soprattutto nella cultura greca che il viaggiatore acquista un particolare statuto in quanto veniva considerato una persona sacra, quasi una sorta di araldo degli dei, pertanto bisognava sempre tributargli tutti gli onori del caso. La novella di Filemone e Bauci, una coppia di vecchi sposi, che Ovidio riporta nelle Metamorfosi, è molto rappresentativa riguardo al senso di ospitalità dei greci.

Particolare e raro esempio di viaggio è quello di Rutilio Namaziano che risale la costa per mare perché le strade consolari erano in rovina nel secolo dei barbari. De reditu suo Il ritorno è il racconto di questo suo viaggio dalla foce del Tevere a Luni, in cui in più d’un passo ricorda la perduta grandezza di Roma. Con la caduta dell’impero romano i viaggi divengono sempre più rari a causa delle invasioni barbariche.

Il viaggio nell’oltretomba 

La discesa agli inferi è un topos letterario diffuso sia nella letteratura greca che in quella latina. L’inferno, quale luogo tetro e oscuro, parla anche all’immaginario dell’uomo contemporaneo. Tartaro o Ade, così i greci lo nominavano. Perfino gli Dei, racconta Omero, ne avevano orrore. I morti nel mondo ctonio, nel regno infero, sono vane ombre che possono ridestarsi e riacquistare la favella solo bevendo pozioni che richiamano la vita. L’inferno è un luogo attraversato da molti fiumi ed in effetti l’acqua nella topografia degli inferi costituisce una via privilegiata per poterlo raggiungere e percorrere.

Il fiume principale era lo Stige, paludoso e puteolente, che i defunti potevano varcare solo dopo aver versato un obolo all’iroso nocchiere Caronte, il traghettatore delle anime nell’aldilà. A vigilare invece l’entrata dell’Ade, personificazione di tutti i terrori e le paure sedimentate nel più profondo dell’inconscio dell’uomo, troviamo Cerbero, il mostruoso cane a tre teste. Sisifo, Issione, Prometeo, Tantalo, sono celebri eroi greci tratti in catene e sprofondati nel pozzo senza fondo del Tartaro. 

Il viaggio nel Medioevo 

Col cristianesimo cambia il senso del viaggio e quindi muta anche la prospettiva del viaggiatore. Il viaggio è religioso, ma anche conoscitivo e esplorativo, si pensi solo a Marco Polo. Nel Milione racconta a Rustichello da Pisa il suo viaggio straordinario in un continente allora sconosciuto e su cui circolavano molte dicerie favolose. Marco Polo infatti soggiornerà a lungo preso il Gran Khan, imperatore e sovrano di gran parte dell’Asia.

Nel Medioevo i commercianti viaggiavano per necessità, gli scrittori, i pittori e gli architetti per apprendere presso i maestri i segreti della loro arte. Nel Medioevo nasce una nuova figura di viaggiatore, ovvero quella del cavaliere che viaggia per la conquista di nuovi territori. Il cavaliere rappresenta la figura moderna dell’eroe: vendica i torti, protegge le vedove e gli orfani. Nel Medioevo si afferma in particolare il viaggio come visione dell’Oltretomba. Basti pensare al viaggio ultraterreno di Dante.

Nel Medioevo si assiste a una ripresa del pellegrinaggio verso i luoghi di culto, in particolare Roma, Santiago di Compostela e Gerusalemme per il mondo cristiano, la Mecca e Medina per i musulmani. Notevole la missione dei santi evangelizzatori per convertire i pagani. Due fattori contribuiscono a questa ripresa: il miglioramento del sistema viario e l’ospitalità degli ordini religiosi che i pellegrini trovavano lungo il loro cammino. Chiese monasteri e abbazie diventano luoghi ricettivi che proteggono i viandanti dai pericoli del viaggio. 

Viaggi: bestiari medievali 

La presenza degli animali è un elemento costante in letteratura. Nei bestiari vi è una confluenza di testi derivanti dalla favolistica, l’esegetica biblica, le prediche. Nei bestiari le fiere hanno diversi significati in quanto sono rappresentati sotto il velo della figura retorica dell’allegoria. Per l’interpretazione allegorica della natura non si può prescindere dal Physiologus scritto probabilmente ad Alessandria nel II o III secolo d.C. da autore ignoto, che a sua volta ha come fonte la Naturalis Historia di Plinio il vecchio.

Le storie naturali relative agli animali si declinano secondo un esempio morale e spirituale: il pellicano resuscita i suoi piccoli al terzo giorno proprio come Cristo e dunque ne è l’allegoria, oppure l’upupa che si prende cura degli anziani genitori è esempio della devozione filiale. Oltre al pellicano, anche la pantera, il liocorno, il leone, l’aquila sono simboli del Cristo che trionfa sul male. L’immaginario dell’uomo medievale comprende altri animali favolosi quali l’unicorno, il dragone, la fenice, il grifone, la balena, il serpente. Lo scopo precipuo del bestiario è di istruire il cristiano sul corretto comportamento da tenere nella vita di tutti i giorni. 

Il viaggio utopico: il luogo che non c’è 

Nel 1516 Tommaso Moro pubblica l’Utopia che definisce anche il termine, a cui fanno seguito altri testi quali La città del sole di Tommaso Campanella del 1623, Nuova Atlantide di Francesco Bacone del 1627 e La Repubblica di Oceana di James Harrington del 1656 che percorrono lo stesso sentiero. In queste opere gli autori propugnavano ideali di giustizia, uguaglianza e tolleranza religiosa. L’Utopia è quindi un non-luogo, una proiezione, un modello ideale. Queste opere hanno quale riferimento La Repubblica di Platone.

In quest’opera il filosofo greco concepisce un modello di stato ideale governato da filosofi, in cui la saggezza la temperanza e il coraggio sarebbero state le qualità dei suoi abitanti. Nel 700′ l’utopia di cambiare il mondo entra in crisi e si volge al suo contrario, alla distopia, a visioni d’incubo improntate a un forte pessimismo. In particolare l’opera di Jonathan Swift (1667-1745), nei suoi racconti I viaggi di Gulliver, ci restituisce un ritratto molto pessimista dell’uomo confinando l’Utopia nel regno dell’impossibile. 

Il viaggio come percorso iniziatico: La novella dell’avventuriero, Schnitzler 

Questo l’incipit della novella: “Anselmo Rigardi non era  a quei tempi il solo giovane cui fosse toccato in sorte di perdere nello stesso giorno padre e madre, e di certo non l’unico a Bergamo dove all’inizio dell’anno 1520 era d’improvviso scoppiata la peste che dopo aver miracolosamente risparmiato la cittadina, si era poi portata via i tre quarti e più degli abitanti“. Ed ancora: “il portone si chiudeva alle sue spalle e si ritrovò all’aperto… nella luce del sole mattutino, solo come non era stato mai, dietro di sé un mistero e uno anche più grande davanti a sé…”. 

La novella dell’avventuriero di Arthur Schnitzler, l’ultima dello scrittore, è uscita postuma nel 1937. Anselmo è di nobile famiglia, ma all’improvviso si ritrova orfano a causa del dilagare della peste in città. Il giovane, a causa della perdita di entrambi i genitori, è costretto a diventare adulto, scoprendosi per necessità madre e padre di se stesso. Inizia così il suo viaggio senza una meta precisa, vivendo molte avventure e facendo esperienza del mondo. Sarà determinante l’incontro con Gerone che gli predice il giorno della sua morte.

Ogni uomo sa di dover morire, ma proprio a causa di questa certezza può costruirsi un progetto di vita. Mors certa, incertus hora dicevano gli antichi. Anselmo invece sa già in anticipo quando si abbatterà la falce sul suo capo e quindi ogni suo progetto di futuro si incenerisce sul nascere. 

Il meraviglioso mago di Oz: il viaggio come crescita interiore 

Il libro scritto da Frank Baum nel 1900 ha quale protagonista Dorothy, una bambina che abita nel Kansas col cagnolino Toto, la cui casa viene spazzata via da un tornado. Per tornare a casa dovrà affrontare un viaggio che la condurrà alla Città di Smeraldo dove verrà ricevuta dal misterioso mago di Oz. Ad accompagnarla in questa avventura troverà dei nuovi amici: l’uomo di latta che sogna di avere un cuore che gli batta nel petto di metallo, lo spaventapasseri che desidera un cervello per riempire la sua testa di paglia, il leone codardo che vuole recuperare il coraggio.

Una volta giunti dal misterioso mago di Oz scopriranno che dietro il sedicente mago si cela solo un povero uomo anziano originario di Omaha, nel Nebraska, che non ha alcun potere, ed è finito in quel paese a causa di una disavventura. Alla fine del viaggio sia Dorothy che i suoi compagni trovano ciò che cercano, ovvero scoprono che il cuore desiderato dall’uomo di latta, il cervello dallo spaventapasseri, e il coraggio del leone sono già dentro di loro e l’hanno dimostrato nel corso dell’avventura che hanno vissuto. Dorothy al termine di questa avventura battendo i tacchi delle sue scarpette d’argento dice: “Nessun posto è bello come casa mia” ma la casa va intesa in senso metaforico come luogo dell’anima.

Dorothy, secondo un senso circolare, dopo tante peripezie si appresta a farvi finalmente ritorno. La bambina ha fatto tesoro delle lezioni che ha appreso con l’incontro dei suoi amici lungo il cammino e adesso sa che nessun luogo è come la propria casa, ovvero la propria anima. E’ diventata una persona completa perché attraverso il viaggio si è conosciuta. Il viaggio quindi diventa metafora dell’esistenza umana. 

Sulla soglia: il viaggio dell’anima 

Morte e rinascita sono temi ricorrenti in molte tradizioni sapienziali, non solo occidentali. Nella religione cristiana la morte e resurrezione di Gesù, i misteri e la rinascita tra i greci, si pensi al mito di Attis, Adone e Orfeo. Tra i misteri di morte e rinascita più antichi abbiamo quelli dei miti babilonesi ed assiri di Ishtar e Tammuz e anche i misteri di Eleusi, i più importanti dell’antichità. Tuttavia, sebbene meno noto, anche in Occidente vi è stato questo confronto con la morte con L’Ars moriendi. Un tema che ricorre è la contemplazione della morte che porta allo svilimento del mondo. Il motto latino Mors certa hora incerta condensa bene quanto detto.

La consapevolezza della morte induce paradossalmente l’uomo a iscrivere il piano della sua esistenza in un progetto per dare senso a questo suo transito terrestre. Pertanto l’Ars moriendi si accompagna alla vanitas vanitatis, al memento mori, al sic transit gloria mundi. Il tema dell’Ars Moriendi è illustrato anche in una serie di xilografie dipinte nella prima metà del Quindicesimo secolo da Hans Holbein il giovane. Questi manuali medievali indicano l’atteggiamento da tenere con i morenti. Contengono le istruzioni per le famiglie che assistevano i parenti nelle ultime ore di vita per facilitare il loro passaggio nell’aldilà. La rappresentazione plastica della morte che su tutto impera e pone il suo sigillo è rappresentato visivamente dal Trionfo della morte dipinto nel dodicesimo secolo da Brueghel il Vecchio. Di fronte alla morte, la grande livellatrice, non vi è distinzione che valga: re, imperatori, monarchi, cardinali, monaci, gente comune, dovranno tutti chinare il capo davanti alla grande Mietitrice. E’ questo il concetto medievale dell’uguaglianza davanti alla morte.

Nel dipinto, di grande potenza visiva, vi è uno scheletro in sella a un cavallo smagrito che guida una moltitudine di altri scheletri che irrompono nel bel mezzo di un convito in cui si celebrano i piaceri della vita: la morte pone crudelmente fine al banchetto. Un re e un cardinale, le due potenze riconosciute in Terra, non possono nulla contro la morte: gli scheletri si impadroniscono degli ori che hanno accumulato in vita: un giocatore d’azzardo si nasconde sotto il tavolo, mentre due amanti ascoltano la musica quasi estraniandosi, ma la morte è pronta a ghermirli. Vi è una sorta di linea immaginaria in questo procedere della Morte che avanza inesorabile verso destra seminando distruzione e sconcerto davanti a ogni vivo a cui si palesa. E’ necessario quindi per l’uomo cercare un significato alla vita che danza sullo sfondo della morte e della caducità. 

Il viaggio come maledizione: lo stigma di Caino: la leggenda dell’ebreo errante 

Si tratta di una leggenda diffusa nel Medioevo. Il tema è presente nella letteratura europea. Nell’ambito della letteratura gotica la figura leggendaria dell’ebreo errante è tratteggiata nel personaggio di Melmoth, nell’omonimo libro intitolato Melmoth the Wanderer, dello scrittore irlandese Robert Maturin. Secondo la leggenda schernì Gesù mentre trasportava sulle spalle la Croce e si era fermato un attimo. Gesù gli disse: “Io tra poco riposerò, ma tu non lo farai fino al giorno del Giudizio”.

Da quel momento l’ebreo per castigo fu condannato ad errare senza posa nel mondo sino al giudizio universale. In Germania la tradizione gli attribuisce il nome di Ahasver. In Italia è conosciuto come Malchus oppure anche come Buttadeus, ovvero Bottadio. Questa leggenda alimentata dalle prime crociate contiene dei chiari elementi antisemiti. Nella Bibbia il viaggio del popolo ebraico si snoda secondo uno svolgimento drammatico che prevede esilio e ritorno, un viaggio che redime secondo i caratteri del viaggio iniziatico. 

Settecento e Ottocento: viaggio esplorativo di scoperta, viaggio scientifico e viaggio esotico 

In questi secoli si afferma il viaggio esplorativo di ricerca scientifico, in particolare l’idea del viaggio scientifico. Basti solo pensare ai viaggi di Darwin e a quelli di Malinowski. I viaggi scientifici e di esplorazione trovano la loro eco popolare in scrittori quali Salgari e Julies Verne. Nel corso dell’Ottocento, grazie all’espansione del trasporto marittimo, nasce il viaggio esotico, che supera i confini del continente europeo: India, il Sud Africa, l’Australia e la Nuova Zelanda sono le nuove mete dei viaggiatori. 

Grand Tour: Goethe, Viaggio in Italia 

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?

Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,

Una brezza lieve dal cielo azzurro spira,

Il mirto è immobile, alto è l’alloro!

Lo conosci tu?

Laggiù! Laggiù!

O amato mio, con te vorrei andare!

Così scriveva Goethe vagheggiando il giorno in cui avrebbe potuto visitare di persona il luogo eletto della cultura e della Bellezza, di cui aveva tanto favoleggiato. Questo desiderio si avvera il 3 settembre del 1786 verso le tre del mattino, quando senza salutare nessuno, sale sulla carrozza della posta, alla volta del Bel Paese. Il giardino d’Europa, così veniva definita e conosciuta l’Italia, almeno in un primo momento non lo deluderà. Il viaggio di Goethe dura dal 3 settembre 1786 al 18 giugno 1788. Per la maggior parte del tempo soggiornò a Roma, ma visitò anche altre città italiane, tra cui Venezia, Bologna, Padova, Ferrara, Bologna, Firenze, Napoli e la Sicilia.

Tornato in Italia una seconda volta, l’incanto non si ripeterà più: “L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero. Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, dell’altro diffida, e i capi dello stato pure pensano solo per sé. Bello è il paese! Ma Faustina, ahimè, più non ritrovo. Non è questa l’Italia che lasciai con dolore“. Il Grand Tour per i rampolli dell’aristocrazia europea è una pratica di vita e anche espressione di una identità culturale. La visita nel luogo eletto della cultura e della Bellezza, il giardino d’Europa, non può mancare quale esperienza formativa di un giovane bene educato.

Il Grand Tour che ha una valenza istruttiva, per evitare che il giovane potesse farsi irretire nei lacci di avventure boccaccesche che pure il viaggio di per sé evoca, è accompagnato da una guida, ovvero un pedagogo. Il viaggio va ricordato con appunti, diari epistolari, disegni, qualsiasi forma purché ne rimanga traccia. 

I viaggi romantici e decadenti 

Col romanticismo il viaggio diventa fuga, rottura, un modo per scoprire la propria voce interiore. L’inquietudine ne è la nota predominante. La volontà di fuga, i vagabondaggi, la ricerca dell’altrove, ne costituiscono la cifra. Basti pensare a Baudelaire, Rimbaud o a Gauguin per la pittura. Il viaggio diventa anche metafora di una travagliata e sofferta ricerca interiore, si pensi a Proust (ma siamo già nel 900′) e al suo viaggio nella memoria alla ricerca del tempo perduto in cui l’approdo circolarmente finisce col coincidere con la partenza. Questi viaggi sono spesso accompagnati dall’uso di sostanze psicotrope, di cui parla Baudelaire nei Paradisi artificiali che in una sorta di formazione rovesciata producono un obnubilamento di sé, in fuga dalla borghesia e dai suoi valori.

Nasce quindi anche la predilezione per l’esotico quale proiezione dell’io in un altrove in cui si riattualizza l’erranza romantica. Basti pensare al viaggio in India di Guido Gozzano nel 1912 che nasce per motivi di salute perché il poeta era malato di tisi. Lo scrittore piemontese rimane affascinato dai caratteri ascetici e mistici della civiltà del Gange. I viaggi decadenti rappresentano una forma estrema di viaggio borghese, ne distillano i veleni più mortiferi: la ricerca è irrisolta, il tema dell’avventura predomina ma con le tinte dell’inquietudine. I viaggi borghesi per eccellenza sono invece i viaggi turistici, quelli di evasione. Questi viaggi non sono più di formazione: informano ma non formano.

Il viaggio nella modernità

Il viaggio turistico moderno è il figlio degenerato, se vogliamo, di quello che prende avvio nell’Ottocento. Il viaggio nella modernità diviene evasione, fuga dalla ripetitività della quotidianità. Si perdono le dinamiche proprie dei viaggi dei secoli precedenti, quali l’avventura e l’esotismo del viaggio decadente. Con la modernità in qualche modo si affievolisce il nesso tra individuo e società, in quanto il primo si emancipa da forme di organizzazione collettiva, quali comunità credenze norme ed è quindi sempre più in grado di andare alla scoperta del proprio sé e della propria interiorità, di cui il viaggio è il contrassegno saliente. Il viaggio diviene anche una sorta di pratica  performativa borghese. Il viaggio turistico è espressione del viaggio di massa. Il viaggio diventa semplice vacanza fine a se stessa avulso da qualsiasi intento conoscitivo. Ed è proprio questo l’approdo finale del viaggio come inteso dalla modernità.

Il viaggio in cerca di fortuna: gli emigranti tra Ottocento e Novecento 

Con la valigia legata con uno spago a raccattare povere semplici cose, col solo viatico della speranza, molti italiani, soprattutto meridionali, tra la fine e l’inizio del Novecento abbandonavano il borgo natio per cercare fortuna in America. La realtà era ben diversa da come se l’aspettavano. Il mito dell’America che dava fatica e dollari valeva solo per alcuni. Tra il 1876 e il 1976, più di 11 milioni di italiani attraversarono l’oceano Atlantico alla ricerca di lavoro e di una vita migliore. La terra promessa allora era l’America.

Durante la traversata gli emigrati dovevano fare i conti col mal di mare, la possibilità di naufragi e malattie contagiose. Nel libro Sull’oceano Edmondo De Amicis descrive l’esperienza drammatica e devastante sul piano umano di un viaggio nel 1894 da Genova in Argentina a bordo del piroscafo Nord America insieme a 1600 emigranti italiani. Lo scrittore ligure ricorre all’immagine dell’inferno dantesco per descrivere le condizioni miserevoli e degradanti di questo viaggio. Ancora oggi, come un secolo fa, si ricorre all’immagine dell’inferno dantesco per descrivere le ripetute tragedie al largo delle coste dei paesi che affacciano sul Mediterraneo, mare Nostrum ma anche mare Mortum. Basti pensare che le compagnie di navigazione non differenziavano chiaramente la tipologia delle proprie navi e, di solito, trasportavano i passeggeri e le merci negli stessi spazi a viaggi alterni. Soltanto negli anni venti del Novecento con la costruzione dei grandi piroscafi le condizioni di viaggio di chi abbandonava la propria casa in cerca di fortuna cominciano a migliorare.

All’arrivo in America gli italiani e gli altri emigranti si accorgono di non essere approdati nel migliore dei mondi possibili. In particolare negli Stati Uniti a New York, gli emigranti venivano sbarcati a Ellis Island per i controlli. Molti venivano respinti perché affetti da malattie invalidanti. Gi ammessi invece venivano alloggiati in strutture simili a prigioni. Soltanto la rete dei parenti che avevano già vissuto l’esperienza dell’emigrazione potevano facilitare l’inserimento nella realtà del nuovo paese. Tra il 1917 e il 1924 furono approvate leggi che imponevano delle restrizioni al numero di immigrati. In tempi moderni assistiamo a una disoccupazione “intellettuale”, per cui l’emigrazione riguarda soprattutto persone qualificate, laureate ma che non trovano impiego nel paese d’origine e quindi emigrano verso paesi che possano valorizzare a pieno i loro talenti e capacità. E’ questa la fuga dei cervelli.

Novecento: le nuove forme del viaggiare 

Nel Novecento, secolo della velocità, con la diffusione dei nuovi mezzi di trasporto, le automobili, gli aerei e i transatlantici, si dimezza sensibilmente il tempo per spostarsi da un luogo all’altro. Con l’avvento delle comunicazioni via radio e telefono si aboliscono le distanze spaziali. Un numero crescente di persone comincia a fruire dei servizi resi disponibili dalla modernità. Si creano così le condizioni per la nascita del turismo di massa. Soprattutto l’automobile diventa il simbolo del turismo di massa. Il Futurismo in particolare è il movimento letterario di inizio Novecento che esalta questo aspetto della velocità connesso all’auto. 

Il viaggio come disorientamento: la coscienza in crisi 

All’inizio del 900′ il viaggio esprime il disorientamento dell’uomo contemporaneo. Nella Coscienza di Zeno, romanzo di Italo Svevo pubblicato nel 1923, il protagonista Zeno Cosini fa un viaggio nella memoria tramite il fluire dei ricordi e del flusso di coscienza per riflettere su di sé e per meditare sul senso della vita. 

Venendo ai giorni nostri, il viaggio è sempre più demandato alle agenzie turistiche che si occupano di organizzarne ogni aspetto relativo. Al giorno d’oggi il turismo di massa esprime soprattutto i valori di una società edonista e consumista che ha un approccio utilitaristico. Il viaggio diventa una sorta di rito collettivo del consumo di massa, per un turismo usa e getta. Il viaggio inteso in senso moderno non è più vissuto come scoperta, ma come vacanza e quindi momento di pura evasione dal quotidiano. Una distrazione e non più una formazione. Nel viaggio dei tempi moderni viene del tutto a mancare la dimensione etica e conoscitiva in quanto a prevalere è una logica commerciale del viaggio stesso. Tuttavia ci si può sottrarre se decidiamo di viaggiare per conto nostro lontano dai contesti omologati, scegliendo i nostri itinerari, decidendo cosa vedere, dove andare, dove fermarci e quindi recuperare il senso del viaggio come occasione, scoperta e formazione. Un viaggio all’insegna dell’avventura. Solo così possiamo incontrare nuovamente la meraviglia, il sentimento più poetico che esista. Sono certo viaggi più a rischio, ma che ce ne restituiscono la cifra più autentica.

Questo depauperamento del senso del viaggio nei tempi moderni lo si deve non solo all’inseguimento della logica commerciale da parte dell’industria culturale, ma anche per la rarefazione del tempo a disposizione, e per un approccio narcisistico che non ci pone veramente in contatto con la dimensione dell’altro. Il viaggio ha così perso il suo sguardo di apertura sul possibile, di messa in gioco, di sfida a se stessi per la costruzione della propria identità. Basti pensare che la prima cosa che facciamo quando visitiamo un posto nuovo, è di scattarci un selfie per immortalare (o perdere?) il momento. Il viaggio moderno si caratterizza anche per l’abolizione del senso dell’attesa che invece permeava il viaggio in epoche passate. Il tempo che passiamo per arrivare al luogo di destinazione è un non-tempo, un tempo-morto, che passiamo in un non-luogo, e non fa più parte del viaggio.

La velocità che divora tempo e spazio non aggiunge, ma sottrae realtà alla nostra esistenza, è nemica della riflessione. Il viaggio invece è un invito a riflettere, a soffermarsi su quel che vediamo. In questi ultimi 20 e passa anni alcuni eventi hanno influito sul modo di viaggiare: nel 2001 l’attacco alle Twin Towers, la guerra in Iraq nel 2003 e nello stesso anno la diffusione di nuove malattie virali, in particolare la Sars e venendo ai giorni nostri la pandemia da coronavirus e ancora più recentemente la guerra in Ucraina. 

Viaggi nello Spazio: la nuova frontiera 

Sempre più spesso si legge della possibilità di effettuare viaggi nello spazio. Si tratta certo di un fenomeno ancora agli albori, l’ultima frontiera in tema di viaggi. Jules Verne lo aveva già previsto. Per andare all’origine del fenomeno bisogna risalire indietro negli anni. Negli anni 60′ lo Spazio diventa motivo di confronto tecnologico a distanza tra Stati Uniti e Russia. Nel 1969 saranno gli americani ad atterrare sulla Luna.

Famosa la frase di Armstrong: “un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Ai giorni nostri il Virgin Galactic, la compagnia aerospaziale dell’imprenditore britannico Richard Branson, dal 16 febbraio scorso ha aperto al pubblico la possibilità di acquistare biglietti per fare un viaggio i orbita. Il costo è proibitivo: 450mila dollari. Al momento quindi solo un ristretta cerchia di persone potrà provare questo nuovo tipo di viaggio che ci offre la modernità. Sarebbero in ogni caso presenti già 600 persone in lista di attesa, tra queste Tom Hanks, Lady Gaga e Leonardo Di Caprio. Il viaggio consisterà nel decollare alla base di Spaceport America, in New Mexico.

A bordo della VSS Unity ci saranno sei persone. Il volo durerà poco più di un’ora, raggiungendo fino a un’altitudine di 90 chilometri, qualche minuto di microgravità, e ritorno. Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin, lo scorso 1 luglio del 2021 è stato il primo tra i nuovi imprenditori dello spazio a volare in orbita: ha battuto sul tempo il concorrente Jeff Bezos e la sua Blue Origin. Così ha dichiarato dopo essere stato il primo tra i nuovi imprenditori nel cimentarsi nell’impresa di volare in orbita: “Sognavo questo momento fin da quando ero bambino, ma niente avrebbe potuto prepararmi alla vista della Terra dallo spazio. È stato magico. Voglio trasformare questo sogno in realtà per tutti”. Insomma si è aperta la nuova era del turismo spaziale. Certo che questa industria nascente dei viaggi spaziali si scontra con la sempre più crescente sensibilità alle tematiche ambientali in quanto viaggi di questa portata prevedono un consumo energetico senza precedenti e quindi producono danni da inquinamento. 

La letteratura: un viaggio infinito 

La vita è un viaggio e il viaggio stesso è metafora della vita. Se chi viaggia vive due volte, chi legge vive le infinite vite e storie dei personaggi dei romanzi che ci regala la letteratura.

Marco Troisi

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