Claudio Carlomagno ha saputo in carcere della morte dei genitori
Claudio Carlomagno, arrestato per il femminicidio di Federica Torzullo, è venuto a conoscenza in carcere della morte dei suoi genitori, trovati impiccati nella loro villetta di Anguillara. A renderlo noto è il suo difensore, l’avvocato Andrea Miroli, che ha precisato come l’uomo sia attualmente sorvegliato a vista all’interno dell’istituto penitenziario, vista la portata emotiva della notizia ricevuta.
La comunicazione è avvenuta con le cautele previste in casi di forte stress psicologico. Non solo per l’impatto umano della perdita, ma per il contesto: una vicenda che ha già travolto più generazioni, lasciando dietro di sé una scia di dolore che non conosce tregua.
Perché i genitori di Carlomagno si sono tolti la vita?
Secondo quanto riferito dall’avvocato Miroli, le ragioni del gesto estremo sono state spiegate in una lettera indirizzata all’altro figlio, Davide. Un documento che, sottolinea il legale, deve restare protetto da curiosità morbose e strumentalizzazioni.
«Questa vicenda dimostra più che mai – afferma Miroli – che anche i familiari di chi commette un reato così grave sono vittime. Vittime di un crimine le cui conseguenze si estendono dolorosamente anche a chi non ne ha alcuna responsabilità». Parole che introducono un concetto raro nel dibattito pubblico: la colpa che dilaga, la vergogna che diventa gabbia, la pressione che scava fino a rendere invivibile la sopravvivenza.
La “catabasi” evocata dal legale: cosa significa davvero?
Miroli utilizza un termine colto, quasi letterario: catabasi, la discesa agli inferi. È l’immagine di due genitori travolti da un evento più grande di loro, incapaci di reggere il peso simbolico e sociale di un delitto che non hanno commesso, ma che li ha marchiati agli occhi del mondo.
Una discesa silenziosa, consumata lontano dalle telecamere, mentre fuori infuriava il tribunale dei social, spesso spietato, sempre sommario. È qui che la tragedia privata diventa fatto culturale e collettivo, interrogando il modo in cui l’opinione pubblica metabolizza il male.
Odio social e responsabilità collettiva: chi paga davvero?
«Ancora ieri – denuncia l’avvocato – si leggevano sui social messaggi come: “quella donna ha fatto bene ad ammazzarsi avendo partorito un mostro”». Frasi che non sono solo odio, ma violenza verbale con effetti reali, capaci di incidere sulle coscienze già fragili.
Da qui l’appello a una pedagogia collettiva, a un esercizio di contenimento emotivo che eviti lo straripamento del dolore oltre i confini della giustizia e dell’umanità. Perché il rischio è trasformare ogni tragedia in un’arena, ogni lutto in un bersaglio.
Il bambino rimasto solo: la ferita più profonda?
Nel finale, il pensiero del legale si sposta su chi resta davvero senza difese: il figlio di Claudio Carlomagno. In pochi giorni ha perso la madre, i nonni e, di fatto, anche il padre. Una sottrazione progressiva di affetti che segna un destino ancora prima che possa essere compreso.
È qui che la cronaca si ferma e dovrebbe iniziare il silenzio. Perché non tutte le storie chiedono commenti. Alcune chiedono solo rispetto.

