Le dichiarazioni in aula davanti alla Corte d’Assise di Rimini
Si apre con una frase che pesa come un macigno l’esame di Louis Dassilva nel processo per l’omicidio di Pierina Paganelli, uccisa la notte del 3 ottobre 2023 nel garage di via del Ciclamino a Rimini.
Davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Fiorella Casadei, l’imputato — 35enne senegalese detenuto dal luglio 2024 — ha scelto di parlare, ma lo ha fatto con una linea difensiva segnata da continue amnesie.
“Non ricordo” è stata la risposta più frequente, anche su passaggi chiave ricostruiti dall’accusa.
La chat con Manuela Bianchi e la frase chiave
Tra gli elementi più rilevanti portati in aula dal pubblico ministero Daniele Paci c’è una conversazione datata 3 settembre 2023, un mese prima dell’omicidio.
In quella chat, indirizzata a Manuela Bianchi, nuora della vittima e donna con cui Dassilva aveva una relazione extraconiugale, compare una frase destinata a diventare centrale nel processo:
“I tuoi familiari mi rendono matto”.
Un messaggio che segue altri scambi, tra cui un riferimento a urla e a un episodio ancora da chiarire: “Urlavi basta mentre uscivo tutto ok?”.
Quando il pm ha chiesto all’imputato cosa intendesse con quel “matto”, la risposta è stata evasiva: “Quello che ho scritto”. Nessun approfondimento, nessuna spiegazione.
Il nodo della relazione segreta e il possibile movente
Nel corso dell’interrogatorio emerge con chiarezza un punto che la Procura considera decisivo: la relazione tra Dassilva e Manuela Bianchi.
Lo stesso imputato ha ammesso che la sua principale preoccupazione era mantenerla nascosta. “Quella era la mia unica preoccupazione”, ha dichiarato rivolgendosi direttamente al pm, ricordando quanto detto in Questura.
Un’ammissione che, per l’accusa, rafforza l’ipotesi del movente.
Il contesto familiare appare infatti attraversato da tensioni, anche alla luce di una telefonata della vittima — ascoltata dalla moglie di Dassilva — in cui si faceva riferimento a un possibile amante della nuora.
Un elemento che, secondo gli inquirenti, potrebbe aver innescato una spirale di conflitti.
L’intercettazione con la moglie e il punto sulla notte del delitto
Altro passaggio cruciale riguarda un’intercettazione ambientale già nota agli atti. In quella registrazione, la moglie di Dassilva, Valeria Bartolucci, gli chiede cosa dire riguardo alla notte dell’omicidio:
“Dimmi cosa devo dire perché io non lo so”.
In aula, l’imputato ha cercato di ridimensionare il significato di quella frase, sostenendo che dimostrerebbe l’estraneità della donna ai fatti:
“Se me l’ha chiesto è chiaro che non lo sapeva”.
Una lettura difensiva che si scontra con l’interpretazione dell’accusa, per la quale quel dialogo resta un elemento da approfondire.
Tra vuoti di memoria e strategia difensiva
L’esame di Dassilva si è mosso su un terreno scivoloso, fatto di risposte parziali e frequenti vuoti di memoria. Una strategia che non passa inosservata e che lascia aperti molti interrogativi.
Da un lato, l’imputato continua a proclamarsi innocente. Dall’altro, le chat, le intercettazioni e le dinamiche relazionali ricostruite dalla Procura delineano un quadro complesso, dove i rapporti personali sembrano intrecciarsi con l’ipotesi accusatoria.
Un processo ancora aperto
Il procedimento è solo all’inizio e molti passaggi dovranno essere chiariti nelle prossime udienze.
Resta però una sensazione netta: la verità sull’omicidio di Pierina Paganelli passa anche da quelle parole scritte un mese prima, da quella tensione familiare che oggi torna al centro dell’aula.
E da quei “non ricordo” che, più che chiudere, sembrano aprire nuovi dubbi.

