Reddito di cittadinanza, la Corte Ue giudica discriminatorio il requisito dei 10 anni di residenza
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea interviene sul reddito di cittadinanza e mette in discussione uno dei requisiti più discussi introdotti dalla normativa italiana: quello della residenza di almeno dieci anni nel territorio nazionale.
Secondo i giudici del Lussemburgo, escludere o revocare il beneficio ai cittadini stranieri titolari di protezione internazionale sulla base di questo criterio costituisce una “discriminazione indiretta” vietata dal diritto europeo.
Una pronuncia destinata ad avere effetti non soltanto giuridici ma anche politici, perché riapre il dibattito sulle regole di accesso alle misure di sostegno economico in Italia.
Cosa ha deciso la Corte di Giustizia Ue
La sentenza nasce dal caso di un cittadino straniero beneficiario di protezione sussidiaria al quale era stato revocato il reddito di cittadinanza dopo un controllo amministrativo.
L’uomo viveva regolarmente in Italia dal 2011 ma non possedeva ancora il requisito dei dieci anni di residenza previsto dalla normativa italiana.
Il caso è arrivato davanti a un giudice italiano che ha deciso di rivolgersi alla Corte Ue per chiarire se quella norma potesse violare il principio europeo di uguaglianza.
La Corte ha stabilito che il reddito di cittadinanza rientra sia nelle misure di accesso all’occupazione sia nel diritto a un reddito minimo, ambiti nei quali i beneficiari di protezione internazionale devono essere trattati come i cittadini italiani.
Perché il requisito dei 10 anni viene considerato discriminatorio
Secondo i giudici europei, il requisito della lunga residenza viene formalmente applicato a tutti allo stesso modo, ma nella pratica colpisce soprattutto i cittadini stranieri.
Ed è proprio questo il punto centrale della decisione.
La Corte sottolinea infatti che una norma può essere considerata discriminatoria anche quando non distingue esplicitamente tra italiani e stranieri, ma produce effetti sproporzionati su una categoria specifica.
Il governo italiano aveva sostenuto che il vincolo dei dieci anni fosse giustificato dal peso economico e amministrativo della misura.
Una motivazione che però non è stata ritenuta sufficiente dai giudici europei.
Cosa può cambiare adesso in Italia
La sentenza potrebbe ora avere conseguenze importanti sull’attuale sistema di sostegno economico e sulle verifiche amministrative già effettuate negli ultimi anni.
Uno dei temi riguarda infatti le possibili richieste di riesame o ricorso da parte di persone alle quali il beneficio era stato negato o revocato per il mancato rispetto del requisito temporale.
La decisione potrebbe inoltre spingere il governo italiano a modificare alcuni criteri previsti dalle norme sui sussidi sociali per evitare contestazioni future o possibili procedure europee.
Lo scontro politico dopo la sentenza
La pronuncia della Corte Ue ha immediatamente acceso il confronto politico.
Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Filiberto Zaratti ha annunciato un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiedendo quali iniziative il governo intenda adottare dopo la decisione europea.
Secondo Zaratti, la sentenza conferma che il sistema italiano avrebbe introdotto una discriminazione nei confronti dei beneficiari di protezione internazionale.
Di segno opposto invece la reazione di Patto per il Nord, che ha definito la decisione europea “uno smacco” per il reddito di cittadinanza, accusando il Movimento 5 Stelle e la Lega di aver creato una misura assistenzialista dai costi elevati.
Perché la vicenda riapre il dibattito sui sussidi
Il caso arriva in una fase in cui il tema dei sussidi e delle politiche sociali continua a dividere profondamente politica e opinione pubblica.
Da una parte c’è chi ritiene che il principio di uguaglianza imposto dalle norme europee debba prevalere anche nell’accesso ai sostegni economici.
Dall’altra restano forti le richieste di criteri più rigidi legati alla permanenza sul territorio nazionale e alla sostenibilità economica delle misure assistenziali.
La decisione della Corte Ue rischia quindi di riaprire uno scontro già molto acceso negli anni del reddito di cittadinanza, soprattutto sul rapporto tra diritto europeo, politiche migratorie e welfare nazionale.

