Makka SulaevMakka Sulaev

“Scappa mamma”: assolta la 20enne che uccise il padre violento

Per oltre un anno ha portato sulle spalle il peso di una condanna pesantissima. Ora, invece, arriva una sentenza destinata a far discutere e che potrebbe segnare un precedente importante nei casi di violenza domestica. La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha assolto Makka Sulaev, la giovane di 20 anni che nel marzo 2024 uccise il padre durante una violenta aggressione in famiglia. Per i giudici la ragazza non è punibile perché ha agito per legittima difesa.

La svolta in aula dopo la condanna in primo grado

La decisione ribalta completamente il verdetto emesso in primo grado, quando Makka era stata condannata a 9 anni e 4 mesi di reclusione per omicidio.

Alla lettura della sentenza la giovane non è riuscita a trattenere la commozione. Dopo aver ascoltato le parole dei giudici si è voltata verso il proprio legale e lo ha abbracciato tra le lacrime.

La vicenda risale al 1° marzo 2024, in un appartamento di Nizza Monferrato, nell’Astigiano, dove si consumò l’ennesimo episodio di violenza all’interno della famiglia.

“Scappa mamma”: gli attimi drammatici prima della tragedia

Secondo quanto emerso nel processo, quella sera il padre Akhyad Sulaev avrebbe aggredito ancora una volta la moglie.

Makka avrebbe tentato di fermarlo gridando alla madre: “Scappa, mamma”.

La situazione degenerò rapidamente fino all’epilogo mortale che ha portato la giovane davanti alla Corte d’Assise.

Dietro l’immagine di una famiglia apparentemente integrata e senza problemi, il processo ha fatto emergere una realtà molto diversa, fatta di tensioni e presunti episodi di violenza che si sarebbero protratti nel tempo.

La testimonianza che ha segnato il processo

Particolarmente importante è stata la testimonianza di Martina P., una ragazza che quel giorno si trovava nell’abitazione per aiutare i fratelli più piccoli con i compiti.

La giovane ha raccontato in aula momenti drammatici.

“Uno dei fratellini ha preso un tablet e si è messo a registrare dicendo: ‘Papà picchia la mamma’, come se non fosse la prima volta”, ha riferito.

Gli audio registrati sono stati ascoltati durante il processo. Nelle registrazioni si sentono urla, pianti e il rumore di uno schiaffo.

La stessa Martina ha raccontato di essere intervenuta per cercare di fermare l’aggressione mentre, nel frattempo, venivano allertate le forze dell’ordine.

Perché la Corte ha riconosciuto la legittima difesa

La difesa della giovane ha sostenuto fin dall’inizio che non si trattasse di un omicidio volontario ma della reazione disperata di una ragazza che cercava di proteggere sé stessa e la madre.

L’avvocato Massimiliano Sfalcioni ha insistito sulla necessità di valutare il caso nel contesto della violenza domestica.

“Non stiamo parlando di uomini adulti che litigano in strada, ma di vittime di violenza domestica e soggetti vulnerabili”, ha sostenuto.

Secondo il legale, non si poteva ignorare ciò che stava accadendo in casa in quei momenti e il pericolo concreto che stavano vivendo le persone coinvolte.

La Procura: “Non ci si può fare giustizia da soli”

Di diverso avviso la Procura Generale.

Il sostituto procuratore generale Massimo Baraldo aveva chiesto la conferma della condanna, sottolineando che il principio della legittima difesa non può trasformarsi in una forma di giustizia privata.

“Anche in presenza di maltrattamenti in famiglia non ci si può fare giustizia da sé”, aveva affermato durante la requisitoria.

La Corte, tuttavia, ha scelto una strada diversa, accogliendo la tesi difensiva.

Ora la maturità e il sogno di diventare medico

Pochi minuti dopo la sentenza, Makka è apparsa ancora incredula.

“Non so ancora come mi sento”, ha confessato ai giornalisti.

Tra pochi giorni affronterà l’esame di maturità e poi spera di iscriversi alla facoltà di Medicina.

Per la famiglia è la fine di un lungo incubo giudiziario. E per la giovane arriva anche la revoca degli obblighi ai quali era sottoposta durante il processo.

Perché questa sentenza può fare discutere

Il caso riaccende il dibattito sul confine tra legittima difesa e violenza domestica, un tema sempre più presente nelle aule di giustizia italiane.

La decisione della Corte d’Assise d’Appello di Torino riconosce infatti che il contesto familiare e il pericolo immediato possano assumere un peso decisivo nella valutazione della responsabilità penale, aprendo una riflessione che va ben oltre il singolo processo.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *