L'ippica piange il leggendario VarenneL'ippica piange il leggendario Varenne

Il leggendario trottatore è morto nell’allevamento LJ di Eboli: un infarto fulminante ha fermato il campione che aveva conquistato il mondo

È a Eboli, nell’allevamento LJ di Dario De Angelis, che si è conclusa la vita di Varenne, il “Capitano” del trotto italiano e internazionale. Aveva 31 anni. La sua morte è arrivata nella notte ed è stata improvvisa: secondo quanto comunicato sulla pagina Instagram ufficiale del campione, il veterinario ha accertato un infarto fulminante.

La notizia ha immediatamente riacceso il ricordo di una carriera irripetibile, costruita tra vittorie, record e imprese che hanno portato Varenne ben oltre i confini dell’ippica. Il messaggio pubblicato dal suo entourage restituisce tutta la commozione del momento: «È con immenso dolore che diamo la notizia della morte del Capitano».

Il cavallo che aveva fatto sventolare il tricolore negli ippodromi più importanti del mondo ha così corso la sua ultima gara lontano dalle piste, dopo una seconda vita trascorsa da stallone e ambasciatore della propria leggenda.

La causa della morte: l’infarto fulminante

A chiarire cosa sia successo è stato il veterinario, intervenuto dopo la morte di Varenne. La causa accertata è un infarto fulminante.

Non ci sono, nelle informazioni diffuse dal suo entourage, indicazioni di una lunga malattia che abbia preceduto il decesso. La notizia è stata quindi particolarmente dolorosa per chi aveva seguito il Capitano negli ultimi anni e lo aveva visto continuare a ricevere visite e attenzioni anche dopo il ritiro dalle competizioni.

A Eboli Varenne aveva trascorso l’ultimo periodo della sua vita. Era arrivato all’allevamento LJ nel marzo 2025, dopo aver cambiato diverse sedi nel corso della pensione.

Il messaggio ufficiale ha chiuso l’annuncio con parole destinate ai suoi tantissimi ammiratori: «Corri sempre libero e sempre nostro Capitano».

Il ricordo di Daniele Giordano e di chi lo ha conosciuto

Tra le prime reazioni c’è quella di Daniele Giordano, diventato proprietario di Varenne dopo la morte del padre Enzo. Il suo è il ricordo di chi ha vissuto da vicino quasi tutta la parabola del campione.

«Ci lascia non solo il più grande cavallo trottatore della storia ma una delle più grandi leggende italiane, che va oltre lo sport», ha raccontato Giordano, sottolineando quanto sia stato forte l’affetto degli italiani nei confronti del Capitano.

Tra i ricordi che conserva c’è quello del secondo successo nel Prix d’Amérique del 2002, quando Varenne si “inchinò” davanti alle numerose bandiere italiane presenti.

Anche Rolando Luzi, storico ex manager, ha descritto il rapporto con il campione in termini che vanno oltre il semplice legame sportivo: «Varenne ha cambiato la vita di tutti noi. Per noi non era semplicemente un cavallo, ma un essere umano».

Un sentimento che spiega perché la sua scomparsa abbia assunto un significato particolare anche per chi non ha mai seguito una corsa al trotto.

Dal debutto difficile al Derby italiano

La storia di Varenne era iniziata il 19 maggio 1995 a Copparo, nell’allevamento Zenzalino. Era figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz.

Il debutto arrivò il 4 aprile 1998 a Bologna e non fu quello di un predestinato: Varenne venne squalificato per rottura di galoppo. Proprio quella gara, però, contribuì a far emergere le sue qualità.

Fu acquistato da Enzo Giordano, che lo affidò all’allenatore finlandese Jori Turja e al driver romano Giampaolo Minnucci, destinato a diventare una delle figure centrali della sua carriera.

Nello stesso 1998 arrivò la prima consacrazione con il Derby italiano del trotto, vinto contro Viking Kronos. Nel 1999 la progressione diventò impressionante: Varenne chiuse l’anno con 14 vittorie in 14 corse.

Il 2001 che lo trasformò in leggenda

Se c’è una stagione capace più di tutte di spiegare il fenomeno Varenne, è il 2001.

Il Capitano vinse il Prix d’Amérique, il Gran Premio della Lotteria di Agnano e l’Elitloppet. Tre grandi appuntamenti del trotto europeo conquistati nello stesso anno.

Poi arrivò la trasferta negli Stati Uniti e la Breeders Crown, un’altra vittoria che ampliò ulteriormente la sua dimensione internazionale. A Meadowlands Varenne fissò anche il record mondiale sul miglio con 1’09″1 al chilometro.

L’anno successivo completò nuovamente il percorso vincendo Prix d’Amérique, Lotteria ed Elitloppet. La sua ultima corsa arrivò il 28 settembre 2002 a Montréal, in Canada, al termine del tour mondiale.

Il bilancio raccontato dalle fonti è quello di un campione irripetibile: 73 corse, 62 vittorie e oltre sei milioni di euro di premi. Tra i successi più prestigiosi anche due Prix d’Amérique, tre Gran Premi della Lotteria, due Elitloppet e una Breeders Crown.

Dopo le piste, una nuova vita a Eboli

Il ritiro non significò la fine della storia. Dal 2002 Varenne iniziò la carriera di stallone, diventando protagonista anche nella riproduzione.

Secondo le informazioni riportate nelle fonti e nel profilo ufficiale, sono oltre 2.000 i figli attribuiti al Capitano. Tra la sua discendenza figurano anche vincitori del Derby italiano come Lana del Rio, Nadir Kronos, Olona Ok, Pascià Lest e Testimonial Ok.

Negli anni della pensione Varenne ha cambiato diverse sedi: dall’allevamento Il Grifone di Vigone all’Equicenter Monteleone, fino alla tenuta Il Cigno di Villanterio. Poi, nel marzo 2025, l’arrivo all’allevamento LJ di Eboli.

È lì che ha trascorso gli ultimi mesi, ormai lontano dalle competizioni ma ancora circondato dall’affetto degli appassionati.

La sua morte ha provocato reazioni anche nel mondo della politica e dello sport. Alfredo Antoniozzi, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha proposto un minuto di silenzio nelle manifestazioni sportive: «Non è morto un cavallo ma una leggenda italiana. Il più grande trottatore della storia».

Per Varenne, il Capitano, l’ultima corsa è arrivata dunque a 31 anni. Non davanti al pubblico di un ippodromo, ma nella sua casa di Eboli. E stavolta non c’è stato un traguardo da tagliare: solo il ricordo di una leggenda che, per oltre un decennio, ha fatto correre l’Italia insieme a lui.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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