Respirava ancora e lamentava un forte bruciore al braccio: la donna di 50 anni è stata trasferita in ospedale. I legali: «È stata tortura»
Christa Pike è ancora viva. La donna di 50 anni, condannata a morte in Tennessee per un omicidio commesso quando aveva appena 18 anni, è sopravvissuta a due dosi di pentobarbital somministrate nella camera della morte del carcere di Nashville. Al termine della procedura, che avrebbe dovuto portarla alla morte, è stata trasferita in un vicino ospedale.
A confermare che Pike è ancora in vita è stato il suo avvocato Randy Spivey, durante una conferenza stampa. «È viva in questo momento», ha dichiarato il legale, spiegando però che la difesa non conosce le sue prospettive di guarigione e dispone di poche informazioni sulle sue attuali condizioni. «Sta ricevendo cure che le possono salvare la vita», ha aggiunto.
Due dosi letali, ma Christa Pike non muore
La procedura avrebbe dovuto concludersi entro la mezzanotte, ma qualcosa è andato storto. Secondo la ricostruzione fornita dalla fonte, a Pike sono state somministrate le due flebo previste dal protocollo. Nonostante questo, la donna non è morta.
I testimoni ammessi all’esterno della camera della morte hanno assistito solo in parte a quanto stava accadendo, perché le tendine venivano chiuse ogni volta che si verificava un problema. Ma alcuni momenti sono stati comunque descritti.
Pike respirava ancora rumorosamente e sbatteva le palpebre. A un certo punto avrebbe rivolto una domanda drammatica al consigliere spirituale: «Il braccio mi brucia, sta per scoppiare. È normale che vada così?».
Per i suoi avvocati quanto accaduto equivale a una «tortura». La difesa ha quindi chiesto la commutazione della condanna a morte.
«La peggiore esecuzione dell’era moderna»
L’esecuzione fallita ha provocato reazioni negli Stati Uniti e anche a livello internazionale. Robin Maher, del Death Penalty Information Center, l’ha definita «la peggiore esecuzione a cui abbiamo assistito, senza precedenti nell’era moderna», facendo riferimento al periodo iniziato nel 1976, quando la Corte Suprema autorizzò nuovamente gli Stati americani a ricorrere alla pena capitale.
Anche l’Alto commissario dell’Onu per i Diritti Umani Volker Turk ha chiesto al Tennessee di non tentare nuovamente di mettere a morte Pike. «La sofferenza prolungata, fisica e mentale è abominevole», ha affermato.
Il caso arriva dopo un altro tentativo fallito in Tennessee. Nel maggio scorso gli operatori non erano riusciti a trovare le vene di Tony Carruthers, detenuto afroamericano di 57 anni. Dopo circa un’ora e mezza di tentativi, l’esecuzione era stata annullata. In quella circostanza, però, il farmaco letale non era stato somministrato.
Il Tennessee sospende un’altra esecuzione
Il governatore del Tennessee Bill Lee, che lunedì aveva respinto la richiesta di grazia presentata per Pike, ha sospeso un’altra esecuzione prevista quest’anno per consentire una rivalutazione dei protocolli utilizzati.
Pike è stata per oltre trent’anni l’unica donna detenuta nel braccio della morte del Tennessee. Un mese fa aveva chiesto che, nel caso in cui l’esecuzione fosse stata confermata, venisse utilizzata l’impiccagione anziché l’iniezione letale.
L’episodio ha riacceso lo scontro sulla pena capitale nello Stato. La candidata democratica alla successione di Lee, Jerri Gren, ha chiesto una moratoria in nome dei valori «per la vita». Sul fronte opposto, il sostenitore della pena di morte John Yoo, ex collaboratore del giudice della Corte Suprema Clarence Thomas, ha suggerito in televisione di ricorrere a un plotone di esecuzione dopo il fallimento del pentobarbital.
Il farmaco al centro delle polemiche
Il pentobarbital, utilizzato dal Tennessee come farmaco unico per l’iniezione letale, è da tempo al centro delle contestazioni sull’efficacia delle procedure di esecuzione e sulla possibilità di garantire una morte senza dolore.
Lo Stato ha abbandonato il tradizionale cocktail composto da tre sostanze — sodio tiopentale, pentobarbital e bromuro di pancuronio — anche a causa delle difficoltà nel reperire i farmaci, legate alle restrizioni sull’esportazione imposte da Unione europea e Regno Unito, contrari alla pena di morte.
Il Tennessee ha ripreso a utilizzare il pentobarbital come farmaco unico l’anno scorso. La legge statale consente inoltre ai condannati prima del 1999 di scegliere la sedia elettrica: dal 2018 sono stati cinque i detenuti ad aver optato per questo metodo.
L’omicidio commesso a 18 anni
Christa Pike era stata condannata a morte nel 1995 per l’uccisione della 19enne Colleen Slemmer, commessa insieme al fidanzato di allora, Tadaryl Shipp.
Il delitto fu particolarmente brutale. Secondo la ricostruzione, Pike colpì la ragazza alla testa con un grosso pezzo di asfalto e successivamente portò a casa un frammento del cranio della vittima come ricordo. Shipp, che all’epoca aveva 17 anni, incise invece una stella a cinque punte sul petto della ragazza mentre era ancora viva. Elementi che contribuirono alla lettura dell’omicidio in chiave satanica.
Shipp fu condannato all’ergastolo. Per Pike arrivò invece la pena di morte, senza che, secondo la difesa, venissero adeguatamente considerate alcune circostanze attenuanti legate alle ripetute violenze e agli stupri subiti fin da bambina.
È anche su questo fronte che si è giocata la battaglia legale nelle ore precedenti all’esecuzione. Una corte federale aveva temporaneamente bloccato la procedura, prima di dare nuovamente il via libera.
Ora, dopo oltre trent’anni trascorsi nel braccio della morte, Christa Pike è ancora viva. La procedura con cui lo Stato del Tennessee avrebbe dovuto porre fine alla sua vita si è conclusa con un trasferimento d’urgenza in ospedale e con la richiesta dei suoi avvocati di non tentare una seconda volta.

