Adriano CappellariAdriano Cappellari

L’attentato a Enego, le minacce ricevute nei mesi precedenti

Prima una busta infilata nella cassetta delle lettere. Poi una scatola abbandonata accanto al portone. Infine un’esplosione seguita dalle fiamme nel cuore della notte. Ma non è soltanto l’attentato incendiario contro Adriano Cappellari a preoccupare gli investigatori. A rendere la vicenda ancora più inquietante è infatti un dettaglio emerso dopo il ritrovamento della lettera lasciata sul posto.

Il giovane cronista vicentino, collaboratore del quindicinale locale “L’Altopiano” e de Il Giornale di Vicenza, è stato preso di mira da ignoti che da mesi avrebbero avviato una vera e propria attività intimidatoria nei suoi confronti.

L’attacco è avvenuto nella notte a Enego, sull’Altopiano di Asiago. L’esplosione e il successivo incendio hanno provocato danni contenuti, ma l’episodio ha immediatamente fatto scattare l’allarme per la gravità delle modalità utilizzate.

Quando sono arrivati sul posto carabinieri e vigili del fuoco, oltre alle tracce dell’incendio sono stati trovati elementi che hanno fatto comprendere come non si trattasse di un semplice atto vandalico.

Cosa c’era nella lettera trovata davanti all’abitazione

Secondo quanto emerso dalle prime indagini, l’autore dell’attacco avrebbe lasciato una lettera contenente minacce rivolte non solo a Cappellari, ma anche a don Maurizio Patriciello e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

All’interno della busta erano presenti anche alcune fotografie del giornalista con una “X” disegnata sul volto. Un messaggio intimidatorio già di per sé grave, ma che nascondeva un elemento ancora più preoccupante.

Lo stesso Cappellari ha infatti rivelato che alcune immagini sembrerebbero essere state scattate nella sua abitazione.

«Questo fa capire che qualcuno mi controllava da diverso tempo», ha spiegato il cronista, evidenziando un particolare che potrebbe rivelarsi centrale nelle indagini.

La possibilità che l’autore abbia monitorato a lungo le abitudini della vittima apre infatti uno scenario molto diverso rispetto a quello di una semplice intimidazione improvvisata.

Le minacce iniziate mesi fa e il legame con don Patriciello

L’episodio non rappresenta il primo segnale di pericolo.

Già nel mese di febbraio erano state recapitate lettere minatorie contenenti riferimenti allo stesso Cappellari, a don Patriciello e alla premier Meloni. In quell’occasione era stata presa di mira anche la redazione de “L’Altopiano”, invitata a far tacere il giovane collaboratore.

Negli ultimi mesi il cronista aveva partecipato a incontri pubblici dedicati alle attività del sacerdote simbolo della lotta alla criminalità a Caivano.

Tuttavia Cappellari invita alla prudenza sulle possibili motivazioni dell’attacco.

«Sono un cronista generico – ha spiegato – e faccio fatica a pensare che qualcuno possa essere infastidito dai miei articoli pubblicati in un giornale locale che circola nei sette Comuni dell’Altopiano».

Per questo il giornalista non esclude che dietro il gesto possano esserci anche ragioni diverse o rancori maturati in ambiti differenti rispetto alla sua attività professionale.

La reazione di Meloni e l’impegno delle forze dell’ordine

La vicenda ha suscitato immediate reazioni a livello nazionale.

Giorgia Meloni ha definito l’attentato «un attacco inaccettabile alla libertà di stampa e di informazione», esprimendo solidarietà al giovane cronista e sottolineando l’importanza del suo lavoro.

Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di un «grave e vile atto intimidatorio», assicurando il massimo impegno delle forze dell’ordine per identificare rapidamente i responsabili.

Parole di vicinanza sono arrivate anche da don Maurizio Patriciello, che ha definito l’accaduto «molto inquietante», ricordando come tra le fotografie trovate nella lettera fosse presente anche uno scatto che lo ritraeva insieme a Cappellari durante una visita a Caivano.

Perché questo episodio va oltre il singolo attentato

L’attacco contro Adriano Cappellari riporta al centro il tema delle intimidazioni nei confronti di chi svolge attività giornalistica anche lontano dai grandi centri urbani.

Il fatto che il cronista fosse già stato destinatario di minacce e che l’autore dell’attentato possa averne seguito i movimenti per mesi rappresenta un elemento che rende l’intera vicenda particolarmente delicata.

Non è soltanto il secondo episodio intimidatorio in pochi mesi. È un segnale che dimostra come anche realtà considerate tranquille possano diventare terreno di pressioni e minacce contro chi racconta i fatti.

Per questo motivo l’Ordine dei Giornalisti del Veneto ha evidenziato come nessun territorio possa considerarsi immune dalla violenza e come la difesa della libertà d’informazione resti una sfida che riguarda l’intero Paese.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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