Chiara BalistreriChiara Balistreri

La sentenza e quel dettaglio che fa male, il dolore di Chiara Balistreri a Verissimo

Non è la condanna in sé a riaprire la ferita, ma ciò che arriva dopo. Sei mesi in meno. Una riduzione che, sul piano giuridico, ha una spiegazione. Ma su quello umano pesa come un macigno.

A Verissimo, Chiara Balistreri sceglie di parlare senza filtri della decisione della Corte d’Appello che ha rideterminato la pena per il suo ex compagno, Gabriel Constantin, condannato a cinque anni e nove mesi per maltrattamenti e lesioni.

“So che ci sono motivazioni legali, ma a livello personale non fa piacere”, dice. Non alza la voce, ma il senso è chiarissimo: la giustizia può avere le sue logiche, il dolore no.


“Quando mi ha rotto il naso non vivevamo più insieme”

Uno dei passaggi chiave della sentenza riguarda proprio la qualificazione dei fatti. In uno degli episodi più gravi, quello in cui Chiara Balistreri subisce la frattura del naso, non c’era più convivenza.

Un dettaglio tecnico che ha inciso sulla contestazione del reato di maltrattamenti in famiglia e, di conseguenza, sulla pena finale.

Un passaggio che per i tribunali è decisivo. Per chi lo ha vissuto sulla propria pelle, molto meno.


Sei anni insieme: “All’inizio era perfetto”

La storia tra Chiara e il suo ex dura sei anni. E come spesso accade in questi casi, non nasce nella violenza.

“Il primo anno era dolce, premuroso, sensibile. Piaceva a tutti”, racconta.

È proprio questo il punto più insidioso: nulla lasciava presagire ciò che sarebbe arrivato dopo. Poi, lentamente, qualcosa cambia. E quel cambiamento è quasi impercettibile all’inizio.


Il meccanismo: dal primo schiaffo al controllo totale

La prima volta è “solo” uno schiaffo. Un gesto che viene minimizzato, perdonato, assorbito.

Ed è lì che, spiega Chiara, si innesca il meccanismo:
“Perdonando, lui capisce che può andare oltre”.

Da quel momento la violenza cresce, si trasforma, diventa sistemica. Non è solo fisica, ma soprattutto psicologica.

“Arrivi a sapere cosa non puoi dire per evitare di essere picchiata”.

Non è più una relazione: è un campo minato.


La violenza invisibile: isolamento e manipolazione

C’è un passaggio che colpisce più degli altri, perché smonta uno dei luoghi comuni più diffusi.

“Sono tutti bravi a dire ‘denuncia subito’. Ma non è così semplice”.

Dietro la violenza fisica, racconta Chiara, c’è un lavoro lento e devastante:

  • isolamento dalla famiglia
  • allontanamento dagli amici
  • perdita di autostima

“Ti senti sola, sbagliata. E resti”.

È una dinamica che trasforma la vittima, rendendo sempre più difficile uscire.


Oggi: una nuova vita, ma senza dimenticare

Oggi Chiara prova a ricostruire. Accanto a lei c’è una nuova relazione, con Nicolò, che descrive come una persona “dolce e sensibile”.

Ma il passato resta, non come un’ombra, ma come un bagaglio.

“Ho vissuto tanto, e anche chi mi sta accanto lo sente”, lascia intendere.

Non è una favola a lieto fine. È un equilibrio nuovo, costruito con fatica.


Una storia che va oltre il caso giudiziario

Quella di Chiara non è solo una vicenda processuale. È il racconto di come la violenza si insinua, cresce e cambia forma.

E di come, anche dopo una sentenza, non tutto si chiude davvero.

Perché i numeri delle condanne possono cambiare.
Ma certe cicatrici no.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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