La campagna pubblicitaria provocatoria de La Selvaggia finisce nel mirino della Regione Emilia-Romagna dopo l’espulsione da Conxemar a Vigo
Donne nude per promuovere le vongole, l’espulsione da una delle principali fiere internazionali del settore ittico e una polemica che dalla Spagna è arrivata fino in Romagna. È il caso che coinvolge La Selvaggia, azienda di Santarcangelo di Romagna, finita al centro delle contestazioni per una campagna pubblicitaria giudicata sessista dalla Regione Emilia-Romagna. La vicenda è esplosa durante Conxemar, il salone internazionale dei prodotti del mare congelati organizzato a Vigo, in Galizia, e ha portato all’allontanamento della società dagli spazi del Padiglione Italia.
A rilanciare per prima la notizia è stato il quotidiano spagnolo La Voz de Galicia. Da lì il caso ha rapidamente superato i confini della manifestazione, provocando la reazione delle istituzioni e la replica dell’azienda, che ha difeso la propria comunicazione rivendicando la libertà di espressione e il diritto delle donne di scegliere come rappresentarsi.
L’espulsione dalla fiera di Vigo e la presa di posizione della Regione
La partecipazione di La Selvaggia a Conxemar si è conclusa con l’esclusione dalla manifestazione. L’azienda era presente negli spazi messi a disposizione del ministero dell’Agricoltura italiano, ma il Dipartimento Pesca ha deciso di escluderla dal Padiglione Italia, in accordo con gli organizzatori della fiera.
La decisione è stata sostenuta apertamente dalla Regione Emilia-Romagna, che in una nota ha espresso «pieno sostegno alla decisione degli organizzatori della fiera di procedere all’espulsione immediata» della società romagnola.
Nel mirino sono finite le immagini utilizzate per promuovere la vendita delle vongole, considerate dalle istituzioni incompatibili con un modello di comunicazione rispettoso della figura femminile. La Regione ha definito «inaccettabili» i contenuti della campagna, sostenendo che veicolassero «una rappresentazione sessista e degradante della figura femminile, utilizzata come richiamo commerciale».
La polemica ha così investito non soltanto l’azienda, ma anche il contesto della sua partecipazione alla manifestazione internazionale. La Regione ha precisato che la società era stata selezionata per prendere parte alla collettiva italiana attraverso un avviso pubblico, nell’ambito di un bando ministeriale, e ha aggiunto di non essere stata informata in precedenza dei materiali promozionali predisposti e diffusi dall’impresa.
La replica dell’azienda: «Non siamo per tutti. E va bene così»
Dopo le contestazioni, La Selvaggia ha affidato la propria risposta anche ai social network, pubblicando su Facebook un messaggio dal titolo emblematico: «Non siamo per tutti. E va bene così».
Successivamente è arrivata una dichiarazione più articolata, nella quale l’azienda ha espresso rammarico per le conseguenze della campagna, senza però rinunciare a difenderne l’impostazione e i principi alla base del progetto.
«Partiremmo da un principio per noi fondamentale: la nostra campagna nasce dalla libertà delle donne di scegliere come rappresentarsi», ha spiegato la società, aggiungendo di voler manifestare il proprio «rammarico per le conseguenze che la nostra comunicazione ha generato e per il disagio eventualmente arrecato all’organizzazione, alle istituzioni e alle aziende presenti».
L’azienda ha inoltre precisato che non era sua intenzione provocare una situazione simile e di comprendere il contesto nel quale è maturata la decisione degli organizzatori.
«Il nostro team marketing è composto interamente da donne»
Il punto centrale della difesa di La Selvaggia riguarda la natura del progetto pubblicitario. Secondo la società, la campagna è stata ideata da un gruppo di lavoro interamente femminile e costruita attraverso un linguaggio volutamente ironico e provocatorio.
«È un progetto creativo sviluppato dal nostro team marketing, composto interamente da donne, con un linguaggio volutamente ironico e provocatorio, legato alla comunicazione del nostro prodotto», si legge nella dichiarazione.
La ditta contesta inoltre l’idea che la rappresentazione del corpo femminile comporti necessariamente una forma di oggettificazione. «Crediamo che la differenza risieda anche nella possibilità di scegliere, nella consapevolezza delle persone coinvolte e nel modo in cui un progetto viene concepito e realizzato», ha sottolineato.
La società ha insistito sul fatto che il lavoro sarebbe nato proprio da donne convinte del valore della libertà di espressione, dell’autonomia professionale e del diritto di ciascuna di decidere come presentarsi e raccontarsi.
Una posizione che non cancella il divario con il giudizio espresso dalle istituzioni, ma chiarisce la linea scelta dall’azienda per rispondere alle critiche.
«Non avevamo previsto una reazione di questa portata»
Nella parte conclusiva della sua presa di posizione, La Selvaggia ha riconosciuto di essere stata consapevole della natura provocatoria della campagna, sostenendo però di non aver immaginato conseguenze di tale portata.
«Eravamo consapevoli del carattere provocatorio della campagna, ma non avevamo previsto una reazione di questa portata», ha dichiarato l’azienda, ribadendo il rammarico per quanto accaduto e, allo stesso tempo, la convinzione nel valore delle intenzioni che avevano guidato il progetto.
Il caso resta così segnato da due valutazioni opposte: da una parte la condanna della Regione Emilia-Romagna, che ha sostenuto l’espulsione dalla fiera; dall’altra la difesa della società romagnola, che rivendica la libertà creativa e professionale delle donne coinvolte nella realizzazione della campagna.
La vicenda di Santarcangelo di Romagna è diventata un caso mediatico partito da Vigo, in Galizia, e arrivato in Italia, con al centro una domanda che va oltre la promozione commerciale delle vongole: dove finisce la provocazione pubblicitaria e dove comincia una rappresentazione del corpo femminile considerata degradante?

