Giorgia MeloniGiorgia Meloni

Una maratona politica che apre il 2026

Quarantuno domande, quasi tre ore di confronto serrato, nessuna pausa tecnica. Giorgia Meloni torna davanti alla stampa parlamentare e certifica che la tradizionale conferenza di fine anno non chiude più una stagione politica, ma ne inaugura un’altra. «Insieme abbiamo dato vita a una tradizione nuova», dice sorridendo, consapevole che il calendario – e il clima – sono ormai cambiati.

Giacca beige, t-shirt bianca, postura inclinata sul microfono: la premier affronta la prova con un misto di controllo e irritazione, alternando battute, sarcasmo e momenti di evidente tensione. Altro che passerella rituale: il 2026 si apre come un campo minato.


Gli striscioni dei giornalisti e lo smarcamento immediato

Il primo fronte si apre ancora prima delle domande. Nella sala di Montecitorio campeggiano gli striscioni della Federazione nazionale della stampa sul mancato rinnovo dei contratti. Meloni prende subito le distanze: nessuna responsabilità del governo, chiarisce, e soprattutto nessuna intenzione di accettare che l’immagine pubblica sia quella di una contestazione diretta a Palazzo Chigi.

Il messaggio è netto: non tutto ciò che accade nel perimetro istituzionale ricade sull’esecutivo. Un chiarimento che serve anche a ristabilire i confini di un rapporto sempre più teso con una parte dell’informazione.


Dalla Groenlandia al Venezuela: politica estera al centro

Il tono si fa più disteso quando il confronto entra nel merito. Si parte dal Venezuela, dai detenuti italiani e dall’attesa per Alberto Trentini, poi il raggio d’azione si allarga rapidamente: Groenlandia, Ucraina, Stati Uniti, Russia. La premier si muove su un terreno che le è congeniale, ribadendo la linea atlantista e il posizionamento internazionale dell’Italia.

È in questa fase che la conferenza assume il profilo di un vero “question time lungo”, più che di una conferenza stampa tradizionale.


Il Colle? No, meglio Fiorello

Dopo oltre un’ora arriva la domanda che puntualmente torna: le sue aspirazioni al Quirinale. Meloni scoppia a ridere e disinnesca tutto con una battuta che diventa immediatamente virale. «Non so perché non mi proponete mai di andare a lavorare con Fiorello a pagamento, lo farei volentieri».

La confidenza con lo showman è nota e affonda nel passato personale. Poi il registro cambia: nessuna ambizione per il Colle, assicura. «Mi basta e mi appassiona quello che sto facendo». Traduzione politica: il centro del potere resta Palazzo Chigi.

‘Ottimi i miei rapporti con Mattarella, non sempre siamo d’accordo’

Poi si sofferma sui suoi rapporti con il Presidente della RepubblicaSergio Mattarella. “I miei rapporti con il Quirinale, e con il presidente della Repubblica soprattutto, sono ottimi. eggo spesso ricostruzioni di nervosismo, scontri, difficoltà: io e il presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo, ovviamente, l’ha l’ha dichiarato anche lui”.

Poi precisa: “Però c’è una cosa che per me fa totalmente la differenza: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando si tratta di difendere l’interesse nazionale italiano, c’è – aggiunge -. Questo per me vale tutto, perché poter contare su un capo dello Stato che, soprattutto nel rapporto con l’estero, aiuta a rafforzare il ruolo dell’Italia e a difendere l’interesse nazionale, fa la differenza”. 

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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