Amanda Knox torna sull’omicidio di Meredith Kercher a Verissimo
Un paio di collant, un appuntamento e una ragazza di 21 anni che leggeva un romanzo sul terrazzino mentre lei suonava la chitarra. È attraverso questi ricordi quotidiani che Amanda Knox ha scelto di parlare ancora una volta di Meredith Kercher, a quasi vent’anni dal delitto di Perugia.
Ospite di Verissimo, su Canale 5, Knox ha ripercorso con Silvia Toffanin alcuni dei momenti più delicati della sua storia, arrivando anche a raccontare un particolare apparentemente semplice ma rimasto impresso nella sua memoria: Meredith le aveva prestato un paio di collant perché voleva sentirsi carina per un appuntamento con Raffaele Sollecito.
Un ricordo lontanissimo dalle immagini del processo e dalle cronache giudiziarie che per anni hanno accompagnato i nomi delle due ragazze.
«Voglio ricordarla per le cose semplici, per le cose quotidiane», ha raccontato Knox, ricordando le volte in cui Meredith si sdraiava sul terrazzino a leggere un romanzo giallo mentre lei suonava la chitarra. «È difficile ricordarla solo per questo perché c’è anche tutta la sofferenza che ho vissuto dopo».
«La sua famiglia è giustificata a essere arrabbiata»
Il momento più delicato dell’intervista è stato però quello sulle polemiche nate dopo Cartwheel, lo spettacolo di stand-up comedy nel quale Amanda Knox racconta anche la propria esperienza legata al caso Meredith.
La famiglia Kercher, attraverso il proprio legale Francesco Maresca, aveva definito l’iniziativa offensiva e deplorevole nei confronti della memoria della vittima.
Knox ha risposto direttamente a quelle critiche.
«Io non faccio ironia su un omicidio», ha detto, riconoscendo il dolore dei familiari di Meredith: «Hanno perso una figlia e una sorella nel modo più atroce possibile e quindi sono giustificati nel sentirsi per sempre arrabbiati».
Poi la frase con cui prende le distanze dall’accusa di aver mancato di rispetto alla memoria della studentessa inglese: «Mi spiace che si sentano feriti dalla persona sbagliata».
«Non voglio normalizzare la violenza contro le donne»
Amanda Knox ha respinto anche l’interpretazione secondo cui il suo spettacolo potrebbe contribuire a normalizzare la violenza contro le donne.
«L’idea che il mio messaggio sia quello di normalizzare la violenza contro le donne è falsa», ha affermato.
La 39enne ha quindi riportato l’attenzione su Rudy Guede, condannato definitivamente per l’omicidio di Meredith Kercher.
«Ogni volta che parlo di quello che è successo a me, parlo anche di quello che è successo a Meredith. Il fatto che nessuno ricordi il nome della persona che l’ha violentata e uccisa è una tragedia», ha detto.
Knox ha poi definito quella vicenda anche attraverso una riflessione più ampia: «Penso che questa sia una storia di misoginia: le è stata tolta la vita come se non valesse niente e io sono stata messa in carcere come se non valessi niente, quando eravamo entrambe innocenti».
Amanda Knox e Raffaele Sollecito: «Ci vogliamo ancora bene»
Nell’intervista c’è stato spazio anche per Raffaele Sollecito, 42 anni, co-imputato di Knox nel procedimento per l’omicidio di Meredith e poi definitivamente assolto.
Il rapporto tra i due, ha raccontato Amanda, non è però scomparso.
«Ci vogliamo ancora bene», ha detto, ricordando un viaggio a Gubbio fatto insieme dopo il suo ritorno in Italia.
Un episodio familiare che, nelle parole della Knox, ha assunto un significato particolare.
Sollecito spingeva il passeggino della figlia di Amanda quando un artista di strada si avvicinò chiedendogli se fosse sua la bambina. «Lui ha risposto di no. In quel momento mi è venuto in mente che le nostre vite potevano essere diverse», ha raccontato.
Gli otto mesi in isolamento e il pensiero del suicidio
La parte più intima della testimonianza ha riguardato però gli anni trascorsi in carcere.
Knox ha raccontato di essere rimasta otto mesi in isolamento e di aver cercato di sopravvivere alla solitudine attraverso attività quotidiane: scriveva lettere, leggeva, studiava, cantava e faceva esercizi fisici.
«Cantavo per non sentirmi sola», ha spiegato, aggiungendo di aver anche pensato al suicidio.
Ha raccontato inoltre un’esperienza particolarmente intensa: «Vedevo la me di quando avevo 12 anni e le parlavo». Nella sua ricostruzione, quella figura rappresentava una sorta di presenza con cui cercava di incoraggiarsi: «Ce la farai».
Il ricordo di Patrick Lumumba
Knox ha parlato anche di Patrick Lumumba, coinvolto nelle prime fasi dell’inchiesta e poi completamente estraneo all’omicidio.
«Ho chiesto scusa a Patrick Lumumba», ha raccontato, riconoscendo le conseguenze che quella vicenda ebbe sulla vita dell’uomo: «È stato messo in carcere, ha perso il suo locale, ha perso tanto, ma le mie scuse non gli bastano».
Il marito Christopher: «Amanda è la persona più coraggiosa che conosco»
Per la prima volta Amanda Knox è stata ospite in televisione insieme al marito Christopher Robinson e ai figli Eureka ed Echo.
Robinson ha raccontato di aver conosciuto Amanda senza conoscere inizialmente la sua storia giudiziaria. «L’ho conosciuta come una nerd dei libri, una scrittrice, una ballerina», ha spiegato.
Amanda ha invece attribuito al marito un ruolo fondamentale nella sua vita dopo il ritorno negli Stati Uniti.
«Io non sarei qui se non fosse stato per lui», ha detto, ricordando quando lavorava in una libreria nel tentativo di vivere nell’anonimato. Secondo Knox, Robinson l’ha incoraggiata a difendersi e a raccontare la propria storia.
E lui, parlando della moglie, ha concluso: «Penso che Amanda sia la persona più coraggiosa che io conosca. Sono veramente orgoglioso di lei».

