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Carlo Conti a Verissimo: perché si è commosso raccontando il padre?

Carlo Conti non è mai stato il tipo da lacrima facile, almeno in pubblico. Eppure nello studio di Verissimo, nella puntata del 1° febbraio, il direttore artistico di Sanremo 2026 si è lasciato andare a un momento di intimità rara, ricordando il padre morto per un tumore pochi mesi dopo la sua nascita.

«Mamma mi ha tirato avanti da sola, mi ha fatto da madre e da padre», ha raccontato il conduttore, con la voce che tradiva un’emozione mai completamente metabolizzata. Un racconto che ha restituito l’immagine di un uomo che, dietro la normalità ostentata, porta con sé una ferita fondativa e una riconoscenza infinita.


Gerry Scotti, Silvia Toffanin e la battuta sul fazzolettino

L’intervista si è aperta con un siparietto leggero. «Gerry mi ha detto: se vai da Silvia portati un fazzolettino, che si commuove», ha scherzato Conti, consapevole della capacità di Silvia Toffanin di scavare sotto la superficie.

E infatti la conversazione è scivolata rapidamente dal professionista impeccabile all’uomo che riflette su paternità, famiglia e fragilità contemporanee. «Cerco di togliere il telefonino a mio figlio, è una dipendenza pericolosa», ha spiegato, in una frase che suona come una confessione e un monito sociale.


Perché Carlo Conti ha lasciato il preserale? La scelta per la famiglia

Uno dei passaggi più interessanti riguarda la decisione di abbandonare il preserale: una scelta controcorrente in un’industria televisiva che premia la presenza quotidiana.

«Ho scelto di lasciare per dedicarmi di più alla famiglia. Ci siamo trasferiti a Firenze. Per fortuna abbiamo la disponibilità economica», ha spiegato, con quella franchezza disarmante che lo rende una figura anomala nello star system.
Un gesto che racconta molto più di mille discorsi sulla “qualità della vita”: quando puoi scegliere, la vera ricchezza è il tempo.


Sanremo, Domenica In e il successo “senza ambizione”

Conti ha ribadito una filosofia quasi anti-carriera: «Non ho mai cercato nulla. Non è che volevo fare Sanremo o Domenica In. Sono arrivati da soli».
Una narrazione che suona quasi eretica nell’epoca dell’auto-branding compulsivo.

Eppure, nel suo racconto, tutto appare come una concatenazione naturale: il talento, la costanza, la fortuna. Una parabola che smonta il mito dell’ambizione sfrenata e restituisce un’idea di successo come conseguenza, non come ossessione.


Il matrimonio, Antonella Clerici e la vita “normale”

Tra i momenti più teneri, il racconto del matrimonio con Francesca: «Antonella Clerici mi spronò a portarle l’anello».
E poi quella scena quasi borghese e irresistibilmente italiana: «Uno dei momenti più belli è quando andiamo a fare la spesa insieme».

In un mondo di celebrity narrative iper-costruite, Conti rivendica la normalità come lusso e come manifesto.


Pieraccioni, Panariello e il trio della comicità toscana

Impossibile non parlare degli amici storici: Leonardo Pieraccioni e Giorgio Panariello.
«Veri amici», li definisce, ricordando gli anni ’80, quando Panariello imitava Renato Zero e Pieraccioni muoveva i primi passi.

«Quando ho capito che ce l’ho fatta? Guardando il mio conto corrente».
Autoironia toscana, ma anche un modo brutale per raccontare il successo senza retorica.


Il ricordo di Maurizio Costanzo e il “trio dei tenori”

Tra i ricordi professionali più intensi, quello con Maurizio Costanzo, che lo volle in una puntata speciale con Bonolis e Scotti.
«Non ci credevo», ha confessato, sottolineando quanto quella chiamata rappresentasse una consacrazione simbolica.


Il passato da bancario e il salto nel vuoto

Prima della tv, la banca: analisi di bilancio, routine, sicurezza.
«Non mi piaceva e a un certo punto mi sono licenziato. Mamma è svenuta», ha raccontato ridendo.
Una scelta che oggi appare inevitabile, ma che allora fu un salto nel buio.


Gerry Scotti, la rivalità e il rispetto

Sul presunto duello televisivo con Gerry Scotti, Conti ha ricordato con fair play:
«Cercarono di battere il mio In bocca al lupo con quel programma. Come si chiama? Passa… Passa, Passaparola (Silvia Toffanin era una delle letterine. Con Gerry c’è sempre stato rispetto».
Una rivalità di palinsesto che non ha mai degenerato in guerra personale: un’anomalia nel circo mediatico.


Sole e abbronzatura: ‘Una volta chiesero a mia madre se mi avessero adottato’

«Non si può vivere di rimpianti», ha detto.
Nessun sogno professionale da realizzare, nessun Everest televisivo da scalare: il vero obiettivo è godersi la famiglia e il sole.

«Come c’è un raggio di sole è mio. Una cosa che mi piace molto, forse lo avete capito, è stare a prendere il sole in estate. Una volta chiesero a mia madre se mi avessero adottato, risposi che ero fiorentino purosangue» – ha scherzato in riferimento all’abbronzatura, chiudendo con quella leggerezza toscana che lo ha reso uno dei volti più solidi e meno divisivi della tv italiana. «Uso la protezione».

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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