Non c’è pace per la Rai in queste Olimpiadi. Dopo le dimissioni del direttore di Rai Sport in seguito al caso della cerimonia d’apertura, un nuovo episodio scuote Viale Mazzini. Questa volta il detonatore è un fuorionda durante la diretta del bob a quattro: “Evitiamo l’equipaggio 21 che è israeliano”. Parole pronunciate prima dell’avvio ufficiale della trasmissione su Rai 2, ma finite in onda. E tanto è bastato.
Cosa è successo nel fuorionda Rai su Israele alle Olimpiadi?
Il caso esplode durante la prima apparizione del bob a quattro israeliano. La frase incriminata – captata dai microfoni aperti – diventa immediatamente virale. Non una semplice gaffe tecnica, ma un’espressione che viene interpretata come discriminatoria.
Il responsabile ad interim della testata sportiva, Marco Lollobrigida, interviene subito definendo quelle parole “un’espressione inaccettabile che non rappresenta in alcun modo i valori del servizio pubblico”. Arrivano le scuse ufficiali agli atleti israeliani, alla delegazione e ai telespettatori.
Ma la miccia è ormai accesa.
Perché il fuorionda Rai su Israele è considerato così grave?
Il punto non è solo la frase in sé, ma il contesto. Olimpiadi significa neutralità, spirito di inclusione, competizione al di sopra dei conflitti geopolitici. In un momento storico segnato da tensioni internazionali, ogni parola pesa il doppio.
L’amministratore delegato Giampaolo Rossi definisce l’episodio “grave” e “contrario ai principi di imparzialità, rispetto e inclusione che devono caratterizzare il Servizio Pubblico”. Viene annunciata un’istruttoria interna per accertare eventuali responsabilità disciplinari.
Anche il Consiglio di Amministrazione esprime “ferma condanna”, ribadendo l’impegno contro ogni forma di antisemitismo e discriminazione.
Non è solo una questione editoriale. È reputazione istituzionale.
La #Rai non vuole inquadrare la squadra di #Israele?
— Giorgio La Porta (@Giorgiolaporta) February 21, 2026
Ma è il servizio pubblico pagato dai cittadini o una cellula di #Hamas?
Non c’è spazio per chi discrimina.
Non pago il canone per queste schifezze da 1938! Un calcio nel culo e si trovino un lavoro! #RaiVergogna #Raisport pic.twitter.com/4wx1BmbsZQ
La Comunità ebraica e la politica: perché la polemica si allarga?
Il primo a parlare è Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, che definisce l’episodio “un atto di antisemitismo chiaro e limpido che deve essere punito”. Non si accontenta delle scuse generiche: “Dovrebbe chiedere scusa chi lo ha detto. Se questi atti non vengono puniti, vengono tollerati”.
La politica entra a gamba tesa. Maria Elena Boschi parla di “frase gravissima incompatibile con il servizio pubblico”. Federico Mollicone sottolinea un presunto “retropensiero ideologico”. I parlamentari della Lega invocano un servizio pubblico realmente equilibrato. Forza Italia parla di “figuracce che hanno fatto il giro del mondo”.
Il caso diventa così un terreno di scontro politico, oltre che mediatico.
Servizio pubblico e conflitto in Medio Oriente: il nodo dell’imparzialità
Il punto più delicato è proprio questo: il conflitto in Medio Oriente come variabile che entra – anche solo per suggestione – nella narrazione sportiva.
Lo sport, per definizione, dovrebbe essere una zona franca. Ma quando il clima internazionale è incandescente, anche una frase detta fuori onda può essere letta come segnale ideologico.
La Rai si trova quindi davanti a un doppio banco di prova: gestione disciplinare interna e ricostruzione della credibilità esterna. Dopo il caso della cerimonia d’apertura e le dimissioni ai vertici di Rai Sport, questa nuova bufera alimenta l’idea di un’azienda in affanno nella gestione dei grandi eventi globali.
Che conseguenze rischia la Rai dopo il caso del fuorionda?
L’istruttoria interna dovrà stabilire responsabilità precise. Ma il danno reputazionale è già in atto. In tempi di comunicazione istantanea, un frammento audio di pochi secondi può scavalcare comunicati, rettifiche e spiegazioni.
Il vero tema ora è la credibilità. Il servizio pubblico è finanziato dal canone, e proprio per questo sottoposto a un livello di scrutinio superiore rispetto alle emittenti private. Neutralità, rigore e rispetto non sono opzioni editoriali: sono prerequisiti.
La sensazione è che alle Olimpiadi la Rai stia giocando una partita parallela, quella della propria autorevolezza. E in questo torneo non bastano le scuse: servono fatti, chiarezza e responsabilità.
Perché lo sport dovrebbe unire. E quando divide, il problema non è mai solo tecnico.

