Calendari nel caos, derby spostati e appassionati trattati come comparse: forse il silenzio sugli spalti è l’unica protesta rimasta
Alla fine hanno perso tutti. Hanno perso i tifosi, costretti ancora una volta ad adattarsi a decisioni prese dall’alto senza alcun rispetto per chi il calcio lo segue davvero. E ha perso soprattutto il calcio italiano, sempre più intrappolato in un caos organizzativo che sembra non conoscere fine.
La decisione di far giocare Roma-Lazio domenica alle 12, poche ore dopo la finale di Coppa Italia, è soltanto l’ultima fotografia di un movimento che continua a perdere credibilità, appeal e contatto con la realtà.
Un derby già delicatissimo, con implicazioni europee pesanti, trasformato in una partita da incastrare dentro un calendario che ormai assomiglia più a una toppa continua che a una programmazione seria.
E insieme al derby della Capitale sono finite nel vortice anche Como-Parma, Genoa-Milan, Juve-Fiorentina e Pisa-Napoli. Partite decisive, spostate e adattate come tessere di un puzzle costruito male fin dall’inizio.
La provocazione di Sarri che racconta un disagio reale
Le parole di Maurizio Sarri hanno fatto rumore perché vanno oltre la semplice polemica.
“Forse sarebbe meglio non presentare neanche la squadra”, ha detto l’allenatore della Lazio dopo la finale di Coppa Italia.
Una provocazione forte, certo. Ma dentro quella frase c’è tutta la stanchezza di un ambiente che da anni si sente ostaggio di decisioni scollegate dal campo, dai tifosi e perfino dalla logica sportiva.
Perché il punto non è soltanto l’orario delle 12.
Il problema è che il calcio italiano continua a dare l’impressione di navigare a vista:
- calendari modificati continuamente;
- partite spostate all’ultimo momento;
- sovrapposizioni evitabili;
- interessi televisivi sempre davanti a tutto.
E alla fine chi paga davvero è sempre lo stesso: il tifoso.
Il calcio italiano tra eliminazioni, inchieste e perdita di identità
Il problema però è molto più profondo di un derby giocato all’ora di pranzo.
Il calcio italiano arriva da:
- tre mancate qualificazioni mondiali consecutive;
- club che faticano sempre di più in Europa;
- stadi vecchi;
- società indebitate;
- continue inchieste sportive e giudiziarie;
- penalizzazioni in corsa;
- polemiche arbitrali infinite.
Un sistema che da tempo sembra vivere più di tensioni, carte bollate e conflitti che di pallone.
E intanto i giovani si allontanano.
Perché oggi un ragazzo trova più facilmente spettacolo, organizzazione e identità nella Premier League, nella NBA o perfino negli eSports che nella Serie A.
Binaghi attacca: “Campionato organizzato con i piedi”
A rendere il clima ancora più pesante ci hanno pensato anche le dichiarazioni del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, intervenuto duramente sulla questione calendario.
Il riferimento è alla sovrapposizione tra il calcio e gli Internazionali d’Italia.
“Ci siamo spostati per 25 anni”, ha detto Binaghi.
Poi l’affondo diventato virale:
“Non capisco perché dovremmo spostarci quando c’è un ‘deficiente’, così ho letto sul Corriere della Sera, che ha organizzato un campionato con i piedi”.
Parole pesanti che certificano una cosa evidente: il calcio italiano non riesce più nemmeno a coordinarsi con gli altri grandi eventi sportivi del Paese.
Gli stadi vuoti sarebbero il messaggio più forte
La vera protesta, forse, sarebbe una sola: lasciare gli spalti mezzi vuoti.
Niente cori. Niente scenografie. Nessuna guerra social tra tifoserie.
Solo silenzio.
Perché oggi chi segue il calcio spende soldi, tempo e passione per adattarsi continuamente a decisioni prese senza alcuna attenzione verso chi riempie davvero gli stadi ogni settimana.
Ma probabilmente non succederà nemmeno stavolta.
Le rivalità cittadine, l’amore per la maglia e la voglia di esserci saranno più forti di qualsiasi forma di protesta collettiva.
Ed è proprio questo il punto su cui il sistema continua a fare affidamento.
Il vero rischio è perdere una generazione intera
Il calcio italiano continua a pensare che il problema siano le polemiche del weekend. In realtà il rischio più grande è un altro: l’indifferenza.
Sempre più giovani si stanno allontanando da un movimento percepito come confuso, vecchio e incapace di mettere davvero al centro lo spettacolo e gli appassionati.
E forse il problema non è più soltanto Roma-Lazio alle 12.
Forse il problema è che il calcio italiano da troppo tempo ha smesso di ascoltare chi lo ama davvero.

