La morte a Brescia dopo un lungo calvario
Si è spento nella notte tra martedì e mercoledì a Brescia Evaristo Beccalossi, uno dei volti più iconici dell’Inter degli anni Ottanta. Avrebbe compiuto 70 anni il prossimo 12 maggio.
L’ex calciatore era ricoverato alla clinica Poliambulanza, dove era seguito da tempo dopo il grave malore che lo aveva colpito nel gennaio 2025. Un’emorragia cerebrale che aveva segnato l’inizio di un lungo periodo di sofferenza, tra ricoveri e coma.
La notizia della sua scomparsa ha immediatamente colpito il mondo del calcio, in particolare i tifosi nerazzurri che lo hanno sempre considerato molto più di un semplice giocatore.
Il numero 10 che non seguiva le regole
Beccalossi non era un calciatore come gli altri. Era un fantasista puro, imprevedibile, capace di accendere una partita con una giocata fuori schema.
Con la maglia dell’Inter è stato protagonista dello scudetto 1979/80, diventando uno dei simboli di quella squadra. In nerazzurro ha vinto anche una Coppa Italia e ha contribuito al percorso europeo fino alla semifinale di Coppa dei Campioni nel 1980/81.
Ma più dei trofei, a renderlo unico era il suo modo di stare in campo: libero, istintivo, lontano dagli schemi rigidi del calcio di quegli anni.
Il caso Nazionale: talento amato dal pubblico, ignorato da Bearzot
Il suo talento accese un vero e proprio dibattito nazionale. I tifosi lo volevano in azzurro, ma il commissario tecnico Enzo Bearzot non lo convocò mai per la Nazionale maggiore.
Un’esclusione che divenne quasi un simbolo, soprattutto dopo il trionfo ai Mondiali del 1982, a cui Beccalossi non partecipò.
Rimase così uno dei più grandi “non convocati” della storia del calcio italiano, pur avendo lasciato un segno profondo nel cuore degli appassionati.
Dall’Inter alla Sampdoria, fino al ritorno a casa
Dopo l’esperienza all’Inter, il passaggio alla Sampdoria, dove contribuì alla conquista della prima Coppa Italia della storia blucerchiata.
La carriera proseguì poi tra Monza, Brescia e Barletta, prima delle ultime stagioni nei campionati minori con Pordenone e Breno, dove chiuse definitivamente il percorso da calciatore.
In totale, Beccalossi ha collezionato 189 presenze e 31 gol in Serie A, oltre a 182 presenze in Serie B.
L’idolo di una generazione
Il suo stile ha influenzato un’intera generazione di tifosi e appassionati. Non a caso, anche il presidente della Fifa Gianni Infantino lo ha ricordato come uno dei suoi primi idoli:
“Era un numero dieci che ci faceva sognare”.
Una frase che sintetizza perfettamente cosa rappresentava Beccalossi: non solo un giocatore, ma un simbolo di un calcio più creativo, meno prevedibile.
Dal campo alla tv: un personaggio sempre autentico
Terminata la carriera, Beccalossi è rimasto nel mondo del calcio come dirigente e volto televisivo.
Per anni è stato opinionista in diverse trasmissioni (da Controcampo su Italia 1 a La Domenica Sportiva su Rai 2 passando per Diretta stadio su 7 Gold), distinguendosi per uno stile diretto, ironico, mai banale. Un modo di comunicare che rifletteva perfettamente il suo carattere anche fuori dal campo.
Il mito oltre il calcio
La sua figura ha superato i confini dello sport. Gli sono stati dedicati brani musicali, spettacoli teatrali e perfino apparizioni cinematografiche. Scusa se insisto, mi chiamo Evaristo è il titolo del brano che gli ha dedicato il cantautore Mauro Minelli nel 1983. Il riferimento è una celebre frase di Beppe Viola. Il suo nome figura anche in una canzone di Ernico Ruggeri, il fantasista.
Era diventato, nel tempo, un’icona culturale del calcio italiano, rappresentazione di un talento libero, spesso controcorrente. Nel 1992 l’attore Paolo Rossi ha portato in scena uno spettacolo intitolato Lode a Evaristo Beccalossi. Nel film L’ultima sfida ha interpretato se stesso in omaggio al calcio degli anni 80′.
L’ultimo saluto a un fantasista unico
Con la scomparsa di Evaristo Beccalossi se ne va un pezzo di calcio che difficilmente tornerà. Un calcio fatto di intuizione, di estro, di giocate che non si insegnano.
Un numero 10 che non ha mai avuto bisogno di adattarsi al sistema, perché era il sistema a doversi adattare a lui.
E forse è proprio per questo che, ancora oggi, resta uno dei più amati.

