Cosa cambia davvero per le atlete alle Olimpiadi di Los Angeles?
Una decisione destinata a segnare un prima e un dopo nello sport mondiale. Il Comitato Olimpico Internazionale ha stabilito che, a partire dalle Olimpiadi di Los Angeles 2028, le atlete dovranno sottoporsi a test genetici per dimostrare il sesso biologico femminile.
Non si tratta di una semplice modifica regolamentare, ma di una linea netta che ridefinisce l’accesso alle competizioni femminili. L’idoneità, secondo il CIO, sarà riservata esclusivamente a chi non presenta il gene SRY, considerato determinante nello sviluppo biologico maschile.
Perché il CIO ha preso questa decisione?
La scelta porta la firma della nuova presidente Kirsty Coventry, prima donna alla guida del Comitato Olimpico Internazionale. È anche il primo vero atto politico del suo mandato.
Secondo il CIO, la misura nasce per garantire equità nelle competizioni femminili, partendo dal presupposto che alcune caratteristiche genetiche possano influenzare forza e resistenza.
Una posizione che rompe con il passato recente. Nel 2021, infatti, il Comitato aveva lasciato libertà alle singole federazioni sportive. Ora, invece, arriva una regola unica e vincolante per tutti.
Chi viene escluso: il nodo transgender e intersex
La conseguenza più immediata è l’esclusione dalle gare femminili di:
atlete transgender e molte atlete intersex, anche se identificate come donne alla nascita.
È proprio questo il punto più controverso. La norma non distingue tra identità, percorso personale e caratteristiche biologiche: introduce un criterio rigido, basato esclusivamente sul dato genetico.
Un cambio di paradigma che ha già acceso uno scontro globale.
Un ritorno al passato che divide
Più che una rivoluzione, per molti si tratta di un ritorno. Il CIO aveva già utilizzato test cromosomici tra il 1968 e il 1996, abbandonandoli poi nel 1999 sotto la pressione della comunità scientifica.
Oggi, quella strada viene ripresa. I test saranno effettuati una sola volta nella vita dell’atleta e gestiti dalle federazioni internazionali, anche se restano dubbi su costi, modalità e compatibilità con le leggi nazionali.
Il caso Imane Khelif e le polemiche già esplose
La nuova norma non avrà effetto retroattivo. Resta quindi valido l’oro olimpico conquistato a Parigi dalla pugile algerina Imane Khelif, finita al centro delle polemiche proprio per la presenza del gene SRY.
Il suo caso è diventato simbolo di un dibattito più ampio, che ora rischia di esplodere definitivamente.
La scienza si divide: “Decisione anacronistica”
Le critiche non arrivano solo dal mondo politico o dalle associazioni, ma anche dalla comunità scientifica.
Alcuni studi sottolineano come non esistano prove definitive che colleghino direttamente certe variazioni genetiche a un vantaggio competitivo significativo.
Diversi esperti parlano apertamente di una scelta “anacronistica”, mentre anche ambienti vicini alle Nazioni Unite invitano a costruire regole basate su evidenze solide e differenziate per sport.
Il contesto politico: l’ombra degli Stati Uniti
La decisione del CIO si inserisce in un clima politico già teso. Negli Stati Uniti, infatti, il presidente Donald Trump ha già adottato una linea dura, vietando la partecipazione delle atlete transgender nelle competizioni femminili.
Sebbene non ci sia un collegamento ufficiale, la coincidenza temporale e geografica – con Los Angeles sede dei Giochi – rafforza la percezione di un allineamento.
Una scelta destinata a cambiare lo sport
Il CIO difende la propria posizione parlando di tutela delle donne nello sport. Ma la questione è tutt’altro che chiusa.
Tra accuse di discriminazione, dubbi scientifici e possibili ricorsi legali, la strada verso Los Angeles 2028 si preannuncia tutt’altro che lineare.
Più che una regola, quella appena introdotta è una frattura culturale. E il suo impatto andrà ben oltre lo sport.

