Il caso di Castelsangiovanni e l’arresto di moglie e figlio
Per mesi è sembrata una morte come tante. Un anziano trovato senza vita nel proprio letto, una famiglia distrutta, un epilogo silenzioso. Ma a Castelsangiovanni, in provincia di Piacenza, dietro quella scena ordinaria si nascondeva un orrore sistematico.
A distanza di cinque mesi dalla morte di Luigi Alberti, 85 anni, i carabinieri del Nucleo investigativo di Piacenza hanno arrestato la moglie, Giuseppina, e il figlio, Giuseppe, smontando quella versione iniziale che parlava di decesso naturale.
L’uomo, secondo gli inquirenti, non sarebbe morto nel suo letto, ma sarebbe stato spostato e ricomposto dopo il decesso per simulare una fine dignitosa. Un dettaglio che cambia tutto e apre uno scenario inquietante.
La ricostruzione: segregato nello scantinato e privato di tutto
Le indagini, coordinate dalla Procura e supportate dagli accertamenti del RIS di Parma, delineano un quadro definito dagli stessi investigatori di “gravissime e prolungate sofferenze”.
L’85enne sarebbe stato segregato nel seminterrato, rinchiuso in un piccolo locale adibito a bagno, senza riscaldamento e luce, in condizioni igieniche degradanti.
Non solo isolamento, ma una progressiva privazione: cure mediche assenti, alimentazione insufficiente, condizioni di vita incompatibili con la dignità umana. Le piaghe da decubito, mai trattate, raccontano più di qualsiasi testimonianza.
In quel luogo chiuso, lontano dagli sguardi, si sarebbe consumata una quotidianità fatta di abbandono e umiliazione.
Le violenze e la morte: “sofferenze inenarrabili”
Non si tratta soltanto di incuria. Secondo quanto ricostruito, l’anziano sarebbe stato anche ripetutamente aggredito.
Gli investigatori hanno individuato tracce di sangue sulle pareti, segno di violenze recenti. L’esame autoptico ha poi confermato un elemento decisivo: una ferita da punta e taglio al padiglione auricolare, accompagnata da una forte emorragia.
Quella lesione, unita allo stato di estrema debilitazione e malnutrizione, sarebbe risultata fatale.
Il quadro è aggravato da ulteriori elementi: segni compatibili con tentativi di difesa, traumi e perfino l’ipotesi di un tentativo di soffocamento.
Per gli inquirenti e per il giudice si tratta di atti di particolare crudeltà, consumati ai danni di una persona fragile e incapace di difendersi.

‘Ci trattava male’, le accuse di moglie e figlio e i primi sospetti
Il 25 ottobre 2025 tutto sembrava chiuso in poche ore. I familiari avevano parlato di una caduta accidentale e avevano contattato direttamente le pompe funebri, senza coinvolgere immediatamente un medico. Alla Vita in diretta sia il figlio che la moglie avevano raccontato dei maltrattamenti subiti dal padre ma Giuseppe aveva precisato di non aver mai fatto mancare nulla il padre.
“Viveva in quel seminterrato da un mese perché è stato sempre violento nei nostri confronti. Tutti i giorni gli portavano da mangiare e lo lavavo con l’acqua calda. Gli ultimi giorni la situazione è degenerata non si voleva neanche alzare”. A dare l’allarme era stato proprio il figlio. “L’ho trovato con la testa sul pavimento”. Anche la moglie ha spiegato che non gli facevano mancare nulla. “Anche se mi ha trattato male e sempre umiliato”.
Un dettaglio ha acceso i primi sospetti. È stata proprio l’addetta del servizio funebre a segnalare la situazione, portando all’intervento di un medico che ha riscontrato incongruenze evidenti. Da lì, il coinvolgimento della medicina legale e l’apertura dell’indagine.
Il sopralluogo ha fatto emergere la verità: il corpo era stato spostato, la scena costruita.
Le accuse e il quadro giudiziario, il malore della donna dopo la misura cautelare
Le responsabilità contestate sono gravi e differenziate.
Il figlio cinquantenne è stato arrestato e portato in carcere con accuse pesantissime: omicidio volontario aggravato, sequestro di persona e maltrattamenti.
La moglie, 81 anni, è stata posta agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso in sequestro di persona e maltrattamenti. La donna è ai domiciliari ed ha accusato un malore poche ore dopo la comunicazione della misura restrittiva. É stata trasferita in ospedale.
Entrambi non hanno confessato.
Una violenza domestica invisibile
Il caso di Piacenza rompe ancora una volta l’illusione che la violenza estrema sia sempre visibile, rumorosa, riconoscibile.
Qui si è consumata in silenzio, tra le mura di casa, lontano da occhi esterni, nascosta dietro la fragilità di un uomo anziano e malato.
Un dramma che interroga non solo la giustizia, ma anche il tessuto sociale: quanto può restare invisibile la sofferenza quando si consuma dentro una famiglia?

