Otto giorni dopo la strage: dolore e rabbia
Sono trascorsi otto giorni dalla tragedia che ha sconvolto Crans-Montana, causando 40 vittime – tra cui nove cittadini francesi – e 116 feriti, alcuni in condizioni gravissime. Venerdì 9 gennaio la Svizzera ha osservato una giornata di lutto nazionale, mentre nelle famiglie colpite il dolore si intreccia a un sentimento sempre più diffuso di sgomento e rabbia.
La domanda che domina il dibattito pubblico è una sola: come è stato possibile che un incendio di tali proporzioni si trasformasse in una strage? Gli interrogativi riguardano presunte negligenze, il rispetto delle norme di sicurezza, la pianificazione delle vie di evacuazione e persino i materiali utilizzati nella struttura.
L’inchiesta penale e l’arresto di Jacques Moretti
La Procura cantonale del Vallese ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo. Venerdì è scattata la custodia cautelare per Jacques Moretti, uno dei proprietari e gestori del bar Le Constellation, teatro dell’incendio.
Secondo gli inquirenti, la misura restrittiva è stata motivata dal rischio di fuga. Moretti, cittadino francese di 49 anni, è al momento formalmente accusato ma resta presunto innocente fino a sentenza definitiva.
“Non c’è nessuna relazione tra il passato di mio figlio e l’accaduto”
Per la prima volta dall’arresto, il padre di Jacques, Jean Matthieu Moretti, ha parlato pubblicamente in un’intervista rilasciata a Le Figaro e successivamente al quotidiano svizzero 24 heures.
“Che relazione c’è tra il passato di mio figlio e le quaranta morti?”, ha detto con tono esasperato, respingendo con forza i collegamenti fatti da parte della stampa tra vecchie vicende giudiziarie e la tragedia di Crans-Montana. “Mio figlio ha pagato fino all’ultimo centesimo per gli errori della sua giovinezza. Non accetto che questo venga usato oggi”.
“È una questione d’onore, non ci nasconderemo”
Jean-Matthieu Moretti insiste su un punto: il rischio di fuga, a suo dire, non esiste.
“Non ci nasconderemo e non scapperemo. Siamo persone serie, non delinquenti. Conosco mio figlio: non scapperà mai. È una questione d’onore”.
Parole che mirano a smontare la narrazione di un imprenditore pronto a sottrarsi alla giustizia. “Alla fine – aggiunge – risponderemo solo ai tribunali. Mio figlio è responsabile perché il sistema era il suo, ma la colpevolezza spetta stabilirla ai giudici”.
“È la prima volta che vedo mio figlio piangere”
Il padre racconta di essersi recato subito a Crans-Montana dopo l’incendio per sostenere Jacques e la sua famiglia. Un’immagine intima, lontana dalle cronache giudiziarie:
“È la prima volta in vita mia che vedo Jacques piangere. Piangiamo ogni giorno. Non riesco più a dormire”.
Un dolore che, nelle sue parole, non cancella quello delle vittime ma si affianca ad esso: “È una situazione inaccettabile per i morti, ma anche per i vivi”.
Presunzione d’innocenza e attesa della verità
Mentre l’inchiesta prosegue e le autorità svizzere analizzano ogni aspetto della sicurezza del locale, la famiglia Moretti chiede rispetto e presunzione d’innocenza. La strage di Capodanno resta una ferita aperta per Crans-Montana e per l’Europa intera.
La verità giudiziaria, ora, è chiamata a fare chiarezza su una delle tragedie più gravi degli ultimi anni nelle Alpi svizzere.

