La decisione del Tribunale di LecceLa decisione del Tribunale di Lecce

Il Tribunale civile condanna l’Asl di Lecce e il medico che aveva in cura la paziente

Quella che doveva essere una cura si trasformò in una condanna. Per quasi tre anni, una donna di 59 anni, casalinga residente a Guagnano, in provincia di Lecce, fu sottoposta a decine di cicli di chemioterapia dopo che un angioma benigno venne erroneamente diagnosticato come un tumore maligno. Una terapia che, secondo quanto accertato dai giudici, provocò l’insorgenza di una leucemia mieloide acuta, rivelatasi fatale.

A distanza di oltre quindici anni dalla sua morte, il Tribunale civile di Lecce ha riconosciuto la responsabilità dell’Asl di Lecce e del medico che seguiva la paziente, disponendo un risarcimento di oltre 1 milione e 300 mila euro a favore del marito, dei tre figli e degli altri familiari.

L’errore nella diagnosi: un angioma benigno scambiato per un tumore

L’intera vicenda nasce da un errore diagnostico che ha cambiato per sempre la vita della donna e della sua famiglia.

I sanitari dell’ospedale di Nardò, secondo quanto ricostruito nelle indagini e confermato in sede civile, interpretarono come una formazione tumorale quella che in realtà era un angioma benigno, prescrivendo un trattamento oncologico completamente ingiustificato.

Tra agosto 2004 e aprile 2007, la paziente venne sottoposta a 57 somministrazioni di chemioterapia, distribuite nell’arco di 33 mesi, affrontando gli effetti devastanti di una terapia che non avrebbe mai dovuto ricevere.

Le consulenze tecniche acquisite nel procedimento hanno ricostruito il drammatico rapporto tra la terapia e il successivo aggravamento delle condizioni cliniche.

Secondo i giudici, i cicli di chemioterapia risultarono “assolutamente inidonei a curare la patologia di cui era affetta la paziente e, al contrario, forieri di gravi effetti collaterali”.

Proprio quei trattamenti avrebbero determinato l’insorgenza di una leucemia mieloide acuta scarsamente differenziata, malattia che rese necessario anche un tentativo di trapianto di midollo al Policlinico San Matteo di Pavia.

Nonostante gli sforzi dei medici, le condizioni della donna continuarono a peggiorare fino al decesso, avvenuto il 4 febbraio 2009, dopo il sopraggiungere di gravi complicanze polmonari e cardiache.

“Sapeva che quell’errore l’avrebbe portata alla morte”

Nella sentenza civile, il Tribunale di Lecce ha ricostruito anche gli ultimi giorni di vita della paziente.

I giudici hanno evidenziato che, dopo la corretta diagnosi formulata dai sanitari di Pavia, la donna comprese pienamente quanto accaduto.

Per 56 giorni, dal ricovero al Policlinico San Matteo fino alla morte, rimase perfettamente cosciente, consapevole che proprio quella diagnosi sbagliata e la terapia ricevuta l’avevano trasformata in una malata terminale.

Un elemento che il collegio ha ritenuto determinante anche nella quantificazione del danno biologico e morale trasmesso agli eredi.

Il medico era già stato condannato in sede penale

La vicenda aveva già avuto un importante sviluppo sul piano penale.

Il medico Dario Muci, all’epoca in servizio nell’ospedale di Nardò e responsabile della diagnosi errata e della prescrizione della terapia, è stato infatti condannato in via definitiva per omicidio colposo.

Nel giudizio civile, la giudice Caterina Stasi ha poi riconosciuto la responsabilità solidale dell’Asl di Lecce e del professionista, condannandoli a risarcire i danni subiti dalla vittima e dai suoi familiari.

La richiesta risarcitoria era stata promossa dagli avvocati Stefano Prontera, Rocco Vincenti, Silvia De Cicco e Gian Maria Iasi, che hanno assistito i parenti della donna in una vicenda giudiziaria durata anni.

Con la sentenza civile si chiude così uno dei casi di malasanità più dolorosi degli ultimi anni nel Salento: una storia in cui un errore diagnostico ha innescato una catena di eventi culminata con la morte di una donna che, secondo quanto accertato dai giudici, non avrebbe mai dovuto essere sottoposta a quelle cure.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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