David RiondinoDavid Riondino

È morto Davide Riondino: cosa rappresentava davvero

La notizia è arrivata in modo semplice, quasi sommesso. Un post sui social, pubblicato dall’amica Chiara Rapaccini.

Così si è diffusa la scomparsa di Davide Riondino, 73 anni, artista tra i più poliedrici della scena italiana.

Cantautore, attore, autore, regista, volto televisivo: definizioni che, però, non bastano a contenerlo.

Perché Riondino è stato soprattutto uno sguardo ironico sul mondo, difficile da etichettare.

Dai cantautori alla satira: un percorso fuori dagli schemi

All’inizio c’era la musica.

Negli anni ’70, con il Collettivo Victor Jara, incide i primi lavori. Poi arrivano album come Boulevard e Tango dei miracoli, fino a lasciare un segno anche nella musica popolare italiana con “Maracaibo”, portata al successo da Lu Colombo.

Ma fermarsi alla musica sarebbe riduttivo.

Negli anni ’80, Riondino entra nel laboratorio della satira italiana, scrivendo per riviste come Tango e Cuore. Un ambiente creativo dove la parola diventa arma, gioco e provocazione.

La tv e i personaggi: tra nonsense e intelligenza

Il grande pubblico lo incontra anche in televisione.

Prima come “filosofo” nel programma Lupo solitario di Antonio Ricci, poi con personaggi surreali come Joao Mesquinho, il finto cantautore brasiliano che ironizza su stereotipi e linguaggi.

La sua presenza al Maurizio Costanzo Show lo consacra come maestro del sarcasmo leggero, capace di far ridere senza mai essere banale.

Teatro e cinema: una presenza continua

Parallelamente, Riondino porta avanti una lunga attività teatrale.

Con Paolo Rossi firma spettacoli come “Chiamatemi Kowalski”, mentre negli anni collabora con artisti come Sabina Guzzanti e Dario Vergassola.

Nel cinema lavora con registi importanti:
da La notte di San Lorenzo dei Taviani a Kamikazen di Salvatores.

E nel 1997 firma anche la regia di Cuba Libre, confermando una curiosità artistica senza confini.

Scrittura e poesia: il filo invisibile

Se c’è un elemento che tiene insieme tutto, è la parola.

Riondino è stato anche scrittore e poeta, pubblicando libri come “Rombi e Milonghe” e Sussidiario, raccolta dei suoi testi satirici.

Ha ideato il festival “Il giardino della poesia”, trasformando la letteratura in spettacolo, incontro, condivisione.

Per lui, la cultura non era mai separata dalla vita.

Un artista “contro”, ma sempre libero

Riondino è stato spesso definito un artista “contro”. Contro le etichette, contro le rigidità, contro le narrazioni troppo semplici.

Eppure non ha mai rifiutato il palco, la televisione, la visibilità.

Li ha usati. A modo suo.

Scrivendo per riviste come Linus e collaborando con firme della satira come Vincino e Vauro, ha attraversato decenni senza perdere la sua cifra: ironia tagliente e leggerezza pensante.

L’ultimo saluto a Roma

I funerali saranno celebrati martedì alle 11, nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, a Roma.

Un luogo simbolico, per un artista che ha attraversato linguaggi e generazioni.

Un’eredità difficile da imitare

La letteratura nasce dal passare il tempo con gli amici, inventando storie”, aveva detto.

Una frase che sembra raccontare tutta la sua vita.

Perché Riondino non ha mai cercato di essere definito. Ha preferito essere libero.

E forse è proprio per questo che oggi, nel ricordarlo, resta una sensazione precisa:
non era solo un artista. Era un modo di guardare le cose.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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