Matteo ArnaldiMatteo Arnaldi

Secondo gli esperti, le quasi 20 ore trascorse in campo potrebbero aver reso Matteo Arnaldi più vulnerabile alle infezioni

Il Roland Garros perde uno dei suoi protagonisti più sorprendenti a poche ore da una semifinale storica. Matteo Arnaldi ha annunciato il ritiro dal torneo parigino a causa di un violento malessere che gli ha impedito di scendere in campo contro Flavio Cobolli, regalando così all’altro azzurro l’accesso diretto alla finale di domenica 7 giugno (diretta sul Nove, Eurosport e Dazn) contro Alexander Zverev.

Ma dietro la rinuncia del tennista ligure potrebbe esserci una spiegazione che va oltre il semplice virus gastrointestinale.

Il racconto di Arnaldi: “Ho iniziato a vomitare durante la notte”

In conferenza stampa Arnaldi ha raccontato le ore drammatiche vissute alla vigilia della semifinale.

Il primo segnale sarebbe arrivato nella serata precedente.

“Pensavo fosse un problema di digestione”, ha spiegato il tennista.

Durante la notte, però, la situazione è precipitata. Arnaldi ha riferito di essersi svegliato intorno all’una con episodi di vomito ripetuti, proseguiti anche nelle prime ore del mattino.

Nonostante l’intervento del medico e la somministrazione di farmaci, il quadro clinico non è migliorato.

“Ogni volta che mangiavo o bevevo qualcosa dovevo tornare in bagno”, ha raccontato.

Una decisione dolorosa a un passo dalla storia

Per il ligure si trattava della semifinale più importante della carriera.

La prospettiva di giocare il primo derby italiano della storia in una semifinale Slam rende ancora più amaro l’epilogo.

“Dovermi ritirare dalla mia prima semifinale Slam non è qualcosa che augureresti a nessuno”, ha confessato visibilmente provato.

Arnaldi ha tentato fino all’ultimo di recuperare le energie necessarie per scendere in campo, ma le condizioni fisiche non gli hanno lasciato alternative.

Il dato che fa riflettere: quasi 20 ore in campo

A rendere ancora più interessante il caso è il parere del professor Andrea Bernetti, fisiatra e segretario generale della Simfer, che ha analizzato quanto accaduto all’atleta.

Secondo l’esperto, Arnaldi arrivava alla semifinale dopo uno sforzo praticamente senza precedenti.

Il tennista aveva infatti accumulato 19 ore e 42 minuti di gioco effettivo, stabilendo il record assoluto nella storia dei tornei del Grande Slam da quando esistono rilevazioni ufficiali.

Un dato impressionante che potrebbe aver avuto conseguenze importanti sull’organismo.

Perché uno sforzo estremo può favorire le infezioni?

Secondo Bernetti, quando il corpo viene sottoposto a uno stress fisico così intenso si verifica una temporanea riduzione delle difese immunitarie.

In particolare diminuiscono alcuni elementi fondamentali del sistema immunitario, come i linfociti e le immunoglobuline che contribuiscono a proteggere l’organismo dalle infezioni.

La spiegazione medica: cosa succede all’intestino

L’esperto evidenzia anche un altro aspetto spesso sottovalutato.

Durante uno sforzo prolungato il sangue viene indirizzato principalmente verso i muscoli, riducendo temporaneamente l’irrorazione dell’intestino.

Questo fenomeno può aumentare la permeabilità della barriera intestinale, facilitando il passaggio di virus, batteri e tossine.

In queste condizioni un atleta può diventare paradossalmente più vulnerabile rispetto a una persona sedentaria.

Cobolli in finale tra gioia e amarezza

Dall’altra parte della rete, Flavio Cobolli ha accolto la notizia con sentimenti contrastanti.

“Quando Matteo mi ha detto che si sarebbe ritirato ho quasi pianto”, ha confessato.

Il romano conquista così la prima finale Slam della sua carriera senza disputare la semifinale, un risultato storico che però arriva nel modo meno desiderato.

Un caso quasi unico nella storia del tennis

Per Bernetti il caso Arnaldi rappresenta una situazione eccezionale anche dal punto di vista scientifico.

Era infatti da decenni che un giocatore non arrivava a una fase così avanzata di uno Slam dopo aver accumulato un minutaggio tanto elevato.

Per questo motivo gli esperti ritengono difficile stabilire se sarebbe stato possibile prevenire quanto accaduto.

La speranza, ora, è che il tennista ligure possa recuperare rapidamente e trasformare questa delusione in un punto di partenza per i prossimi grandi appuntamenti del circuito internazionale.

Di Redazione

Giuseppe D’Alto: classe 1972, giornalista professionista dall’ottobre 2001. Ha iniziato, spinto dalla passione per lo sport, la gavetta con il quotidiano Cronache del Mezzogiorno dal 1995 e per oltre 20 anni è stato uno dei punti di riferimento del quotidiano salernitano che ha lasciato nel 2016.Nel mezzo tante collaborazioni con quotidiani e periodici nazionali e locali. Oltre il calcio e gli altri sport, ha seguito per diversi anni la cronaca giudiziaria e quella locale non disdegnando le vicende di spettacolo e tv.

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