Chi era Mircea Lucescu: una leggenda del calcio europeo
È morto a Bucarest, a 80 anni, Mircea Lucescu, uno degli allenatori più influenti e rispettati del calcio internazionale. A stroncarlo è stato un infarto, arrivato dopo giorni difficili e un ricovero che sembrava avergli lasciato una possibilità. Non è bastato.
In Romania era molto più di un tecnico: era un simbolo nazionale, al pari di Gheorghe Hagi. Ma la sua impronta è arrivata ben oltre i confini del suo Paese, attraversando l’Europa e lasciando segni profondi anche in Italia.
Lucescu ha vissuto il calcio fino all’ultimo respiro. Letteralmente. Solo poche settimane fa, il 26 marzo, era ancora in panchina alla guida della nazionale romena nei playoff mondiali contro la Turchia di Vincenzo Montella. Per esserci, aveva lasciato l’ospedale: “Non posso andarmene da codardo”, aveva detto. Una frase che oggi suona come un testamento sportivo.
Mircea Lucescu morto: la carriera tra campo e panchina
La sua storia inizia nel 1963, da calciatore della Dinamo Bucarest, club con cui diventa una bandiera vincendo sette campionati. Con la nazionale romena, da capitano, partecipa al Mondiale del 1970, affrontando squadre leggendarie come il Brasile di Pelé e l’Inghilterra di Bobby Moore.
Ma è in panchina che Lucescu costruisce il suo mito.
Diventa commissario tecnico della Romania negli anni ’80, portando la nazionale agli Europei del 1984. Poi inizia un viaggio lungo decenni tra club e Paesi diversi, accumulando trofei e prestigio.
Conquista tutto in Turchia, vincendo con Galatasaray e Besiktas, e diventa una leggenda allo Shakhtar Donetsk, dove costruisce una squadra dominante capace di vincere anche la Coppa UEFA nel 2009. In totale, 37 trofei, numeri che lo collocano tra i tecnici più vincenti della storia.
Lucescu in Italia: Pisa, Brescia e Inter
Anche il calcio italiano ha conosciuto da vicino il suo talento.
Arriva al Pisa nella stagione 1990-91 e sorprende tutti: la squadra toscana arriva addirittura in testa alla classifica nelle prime giornate. Un’impresa che resta nella memoria, anche se l’avventura si chiude anticipatamente.
Al Brescia vive l’esperienza più lunga e intensa. Porta le “Rondinelle” dalla Serie B alla Serie A e costruisce un ciclo fatto di salite e cadute, ma anche di identità e gioco. Cinque anni che il presidente Corioni definirà “stupendi”.
Nel 1998 arriva la chiamata dell’Inter. È un periodo complicato per i nerazzurri, e Lucescu si trova nel mezzo di una stagione turbolenta. Porta la squadra ai quarti di finale di Champions League, ma lascia dopo pochi mesi.
Nonostante la brevità dell’esperienza, il club milanese lo ha ricordato come “uno dei tecnici più autorevoli e rispettati del panorama internazionale”.
Gli ultimi giorni e l’addio che commuove il calcio
Gli ultimi giorni raccontano molto della sua personalità. Malato da tempo, Lucescu non si era fermato. Continuava a lavorare, a preparare partite, a vivere il calcio come sempre.
Poi il nuovo malore, il ritorno a Bucarest, il coma. E infine la notizia che nessuno voleva sentire.
La federcalcio romena lo ha salutato come “un mentore, un visionario e un simbolo nazionale”. E in poche ore sono arrivati messaggi da tutto il mondo: club, allenatori, giocatori.
Tra questi anche Vincenzo Montella, uno degli ultimi ad abbracciarlo in campo.
Perché Mircea Lucescu resterà nella storia del calcio
Lucescu non era solo un allenatore vincente. Era un uomo di calcio totale, capace di unire cultura, strategia e passione. Il suo stile era riconoscibile: gioco propositivo, valorizzazione dei talenti, attenzione ai dettagli.
Ma soprattutto, aveva qualcosa che non si insegna: la capacità di lasciare il segno ovunque passasse.
Dalla Romania all’Italia, dalla Turchia all’Ucraina, la sua eredità è ovunque. Non solo nei trofei, ma nelle idee, nei giocatori cresciuti sotto la sua guida, nelle squadre che ha trasformato.
E forse è proprio questo il punto.
Mircea Lucescu non è stato solo un allenatore.
È stato un pezzo di storia del calcio europeo.

