È morto a 83 anni il campione nerazzurro, l’ultima intervista alla Gazzetta
Il destino gli aveva consegnato un cognome enorme quando era ancora un bambino. Sandro Mazzola aveva appena sei anni quando suo padre Valentino morì nella tragedia di Superga, insieme agli altri campioni del Grande Torino. Una perdita che avrebbe potuto schiacciarlo e che invece diventò una parte indissolubile della sua storia.
Sandro è morto a 83 anni, come annunciato dall’Inter, il club nel quale è entrato da ragazzino e dal quale non si è praticamente mai separato. Avrebbe compiuto 84 anni il prossimo 8 novembre.
La sua è stata una carriera costruita tra trofei, gol, maglie azzurre e una rivalità sportiva diventata leggenda con Gianni Rivera. Due campioni diversi, due simboli di Milano, Inter contro Milan, fino alla celebre staffetta nella semifinale del Mondiale di Messico 1970.
Ma dietro il fuoriclasse c’era anche il bambino che per tutta la vita ha dovuto confrontarsi con l’ombra di un padre considerato invincibile. Poche settimane fa aveva concesso l’ultima intervista alla Gazzetta in cui aveva fatto intuire che era ai supplementari e che la partita con il terribile male era diventata complicata.
Sandro Mazzola e quel cognome diventato un peso
Il nome Mazzola era già una leggenda prima che Sandro iniziasse a costruire la propria carriera. Sui campetti dell’oratorio, racconta il ricordo riportato nel testo, bastava un passaggio sbagliato perché qualcuno sentenziasse: «Certo, suo papà Valentino era un’altra cosa».
Un confronto che lo accompagnò fin da piccolo.
A un certo punto Sandro pensò persino di cambiare sport e dedicarsi al basket. Le qualità non gli mancavano e il Simmenthal di Cesare Rubini lo voleva. Ma mamma Emilia lo fermò con una frase rimasta nella memoria: «Tuo padre si rivolterebbe nella tomba».
Così rimase nel calcio e nell’Inter, anche grazie alle persone che contribuirono alla sua crescita.
Tra queste ci fu Benito Lorenzi, centravanti della grande Inter, che prese per mano Sandro e il fratellino Ferruccio e li accompagnò dentro San Siro prima delle partite.
Un ricordo che riportava Sandro alle domeniche trascorse al Filadelfia di Torino, quando papà Valentino gli teneva la mano e il portiere Bacigalupo si buttava dalla parte sbagliata sui rigori per regalare una gioia al piccolo Sandrino.
La leggenda nerazzurra e la staffetta con Rivera
Con l’Inter Mazzola sarebbe diventato uno dei giocatori più iconici della storia nerazzurra.
Con la squadra allenata da Helenio Herrera conquistò trofei e gloria internazionale, firmando anche con una doppietta la prima Coppa dei Campioni dell’Inter nel 1964.
Nel suo palmares figurano quattro campionati, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nel 1965 fu capocannoniere in Italia con 17 gol, mentre nel 1964 conquistò anche il titolo di miglior marcatore in Coppa dei Campioni con 7 reti.
Nel 1971 arrivò inoltre il secondo posto nel Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruyff.
Ma la sua carriera è rimasta legata anche alla rivalità con Gianni Rivera, il “Golden Boy” del Milan. Mazzola e Rivera rappresentavano due modi diversi di interpretare il calcio e quella contrapposizione divenne una delle grandi storie dello sport italiano.
Il duello raggiunse il suo momento simbolico nella staffetta di Messico 1970, quando i due si alternarono in campo durante il cammino della Nazionale azzurra.
Quei gol che sembravano disegnati alla radio
Non serviva necessariamente vedere Mazzola per riconoscerlo. Bastava ascoltare una radiocronaca.
Tra gli episodi ricordati nel testo c’è quello di Budapest, in Coppa dei Campioni contro il Vasas: Mazzola dribblò quattro avversari e poi anche il portiere prima di segnare.
Un’altra immagine arriva da Berna, con la maglia della Nazionale, quando palleggiò sei volte dentro l’area degli svizzeri prima di concludere l’azione.
Erano gesti che appartenevano a un calcio nel quale il talento poteva diventare spettacolo e nel quale Mazzola aveva conquistato un posto irripetibile.
Il dirigente, la televisione e l’ultimo abbraccio all’Inter
Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Mazzola è rimasto legato al mondo del calcio anche attraverso il ruolo di dirigente dell’Inter e successivamente come commentatore televisivo.
La malattia lo aveva accompagnato negli ultimi tempi, ma non gli aveva impedito di mantenere il rapporto con i suoi compagni di una volta e con i tifosi.
Nel maggio dello scorso anno era stato anche al ristorante di Javier Zanetti per celebrare il 60° anniversario della seconda Coppa dei Campioni nerazzurra.
Ora il viaggio di Sandro Mazzola si è concluso. Nel ricordo della sua Inter e di una generazione irripetibile di campioni, il pensiero torna inevitabilmente a quel bambino che aveva perso il padre a sei anni e che, invece di vivere per sempre nella sua ombra, riuscì a costruirsi una leggenda tutta sua.

