L’intervista dal carcere di Bollate
Massimo Bossetti torna a parlare pubblicamente dal carcere di Bollate, dove sta scontando la condanna definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Lo fa in un’intervista esclusiva concessa a Porta a Porta, affrontando uno per uno i punti più controversi della vicenda giudiziaria che lo riguarda.
I siti porno e le ricerche contestate
Nel corso dell’intervista, Bossetti ammette di aver visitato siti pornografici, ma nega con decisione di aver mai effettuato ricerche su ragazzine minorenni.
«Il mio tecnico ha ribadito che sono tutte ricerche prodotte in via automatica e non digitate da operatori umani», spiega.
Alla domanda di Bruno Vespa su come sia possibile che, durante la navigazione su siti pornografici, possano comparire contenuti non ricercati esplicitamente, Bossetti risponde con franchezza:
«Non posso spiegarlo, non riesco a spiegarlo, perché – come ripeto – io sono negato a livello informatico».
Un passaggio che riporta al centro del dibattito uno degli elementi più discussi del processo, già affrontato nelle sentenze ma ancora oggetto di polemiche mediatiche.
“Non ho ucciso Yara, la mia coscienza è pulita”
Bossetti ribadisce con forza la propria innocenza rispetto all’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra e ritrovata senza vita tre mesi dopo.
«Io so di avere la coscienza interiore più pulita. So di essere innocente, so di non aver commesso questo orribile, orrendo delitto», afferma.
«Posso viaggiare a testa alta e guardare dritto negli occhi le persone».
E aggiunge un passaggio personale, che richiama il tema della famiglia:
«Se avessi commesso una cosa del genere, non avrei più avuto il coraggio di tornare a casa e abbracciare i miei figli».
La richiesta di riaprire il caso
Il cuore dell’intervista è la richiesta esplicita di riaprire il procedimento giudiziario. Bossetti parla dei 54 campioni di DNA conservati presso l’ufficio corpi di reato.
«So che ci sono 54 campioni di Dna depositati a temperatura ambiente. Non so cosa ci si possa trovare, non so quanto ci sia ancora di utile, ma spero che con le metodiche di oggi, visto che la scienza è molto più evoluta, si possa trovare qualcosa di nuovo».
Bossetti sostiene di aver chiesto più volte la possibilità di nuove analisi nel corso degli interrogatori e delle fasi processuali, senza mai ottenerla.
I campioni di DNA e il nodo della conservazione
Secondo quanto racconta, i campioni biologici sarebbero stati inizialmente custoditi presso il San Raffaele a meno 80 gradi e successivamente trasferiti a temperatura ambiente, degradandosi.
«Mi dicono che non esiste più niente. Addirittura viene confermato in sentenza definitiva l’esaurimento del campione», spiega.
Una scelta che, a suo dire, avrebbe impedito la ripetizione delle analisi scientifiche.
Gli indumenti di Yara e le tracce biologiche
Nel caso in cui i 54 campioni risultassero inutilizzabili, la difesa intende puntare sugli indumenti indossati da Yara al momento della scomparsa.
«Li ho visti, sono custoditi in maniera integra», afferma Bossetti riferendosi a slip e leggings.
«Ritengo che con una richiesta difensiva si possano trovare ulteriori riscontri».
Ricorda inoltre che sul corpo della ragazza furono individuate tracce biologiche riconducibili a undici diversi profili genetici, un dato che, secondo la sua versione, non sarebbe stato sufficientemente approfondito.
“Chi ha ucciso Yara? Vorrei saperlo anch’io”
Alla domanda finale di Bruno Vespa, Bossetti risponde senza esitazioni:
«Chi ha ucciso Yara Gambirasio? Questo vorrei saperlo anch’io».
Una frase che riassume la linea difensiva portata avanti da anni e che rilancia, ancora una volta, il dibattito pubblico su uno dei casi giudiziari più discussi della cronaca italiana.

