Cosa hanno deciso i giudici sul caso Sollai?
La Corte d’Assise d’Appello di Cagliari ha confermato l’ergastolo per Igor Sollai, 43 anni, accusato dell’omicidio volontario aggravato e dell’occultamento del cadavere della moglie Francesca Deidda.
Una sentenza che chiude – almeno per ora – uno dei casi più drammatici degli ultimi anni in Sardegna. Il corpo della donna, scomparsa nel maggio 2024, era stato ritrovato settimane dopo in un borsone nelle campagne.
I giudici hanno però escluso l’aggravante della crudeltà. Una decisione che cambia il quadro giuridico, ma non la pena: resta il carcere a vita.
Perché la sentenza divide?
Se da un lato la condanna è stata confermata, dall’altro alcune scelte della Corte hanno acceso il dibattito.
Esclusa l’aggravante della crudeltà, ma anche qualsiasi diritto economico per Sollai: non potrà ottenere nulla della casa familiare.
Sul fronte dei risarcimenti, riconosciuto quello al fratello della vittima, mentre restano esclusi gli zii, nonostante si fossero costituiti parte civile.
Una decisione che lascia spazio a interpretazioni e, soprattutto, a reazioni contrastanti.
La difesa: “Caduto un tassello importante”
Gli avvocati di Sollai parlano di un risultato parziale ma significativo.
Secondo la difesa, l’esclusione dell’aggravante rappresenta “un passaggio rilevante nell’economia del processo”. Ora si attende il deposito delle motivazioni per valutare un eventuale ricorso in Cassazione.
Una linea chiara: non chiudere la partita e provare a riaprire il caso sul piano giuridico.
La famiglia della vittima: tra amarezza e dolore
Ben diverso il tono dall’altra parte. Il legale del fratello di Francesca Deidda accetta la decisione sull’aggravante, riconoscendo che non fosse stata dimostrata “oltre ogni ragionevole dubbio”.
Ma resta l’amarezza per l’esclusione degli zii dal risarcimento.
E soprattutto pesa il comportamento dell’imputato.
“Mai una scusa”: il dettaglio che scuote
È questo il punto che più colpisce e accende le reazioni: l’atteggiamento di Sollai durante il processo.
“Nessun tentennamento, nessuna richiesta di scuse, neanche uno sguardo abbassato”, sottolinea il legale della famiglia.
Un dettaglio che trasforma la sentenza in qualcosa di più di un verdetto: diventa un simbolo di distanza, di assenza totale di empatia.
“Non solo femminicidio”: una ferita collettiva
Le parole usate dalla parte civile sono forti: “Più che un femminicidio, è stata una sorta di strage”.
Un’espressione che fotografa l’impatto umano della vicenda. Non solo una vittima, ma una rete familiare travolta dal dolore.
Un caso che continua a generare sofferenza anche oltre l’aula di tribunale.
Cosa succede ora
Il prossimo passaggio sarà la pubblicazione delle motivazioni della sentenza. Solo allora la difesa deciderà se ricorrere in Cassazione.
Intanto, la condanna resta. E con essa restano le tensioni, le ferite aperte e una domanda che continua a emergere: quanto basta una sentenza per chiudere davvero una storia così?

