‘É una pietra durissima’
«Qua è tutto ghiacciato». In sala operatoria, al Ospedale Monaldi, il 23 dicembre scorso, il tempo sembra fermarsi. Il caposala tocca l’organo e sussurra che «è una pietra durissima». Poi lo vede: il cuoricino di Domenico è già su un telo verde, espiantato. «Ma comm’è? Ha già levato ’o core?». È l’istante che divide la speranza dall’abisso.
Domenico Caliendo, due anni e mezzo, morirà il 21 febbraio dopo sessanta giorni di coma farmacologico in Terapia intensiva. Oggi la Procura della Repubblica di Napoli indaga per omicidio colposo: sette gli iscritti nel registro. E un fascicolo che racconta una catena di errori che, se confermata, avrebbe trasformato un trapianto in una tragedia annunciata.
Cosa è successo durante il trapianto di cuore al Monaldi di Napoli?
Le testimonianze di medici e infermieri descrivono una scena che inquieta. Il cuore del donatore, arrivato da Bolzano, sarebbe giunto in condizioni critiche. «Provammo a scioglierlo con acqua fredda, poi tiepida, infine calda», riferisce un membro dell’équipe. Il chirurgo, secondo quanto verbalizzato, avrebbe commentato: «Questo cuore non farà mai un battito».
La sequenza temporale è decisiva. Alle 14:18 il clampaggio: avvio dell’asportazione del cuore malato. Alle 14:22 una telefonata annuncia l’arrivo imminente dell’organo. Ma il contenitore con il cuore donato sarebbe entrato in sala solo alle 14:30. Nel frattempo, Domenico sarebbe rimasto senza cuore per 14-15 minuti. E soprattutto, il suo cuore sarebbe stato espiantato prima di verificare l’idoneità di quello nuovo. Un punto di non ritorno.
Perché si parla di cuore lesionato dal ghiaccio secco?
Nella relazione di 295 pagine inviata dalla Regione Campania al Ministero della Salute emergono tre fattori chiave: “ghiaccio”, “contenitore”, “comunicazione”.
Il primo: una falla procedurale nella gestione del ghiaccio. La partenza dal Monaldi con una quantità insufficiente avrebbe costretto l’équipe a richiederne altro sul luogo dell’espianto. Ghiaccio secco, non quello tradizionale per la conservazione cardiaca. Il risultato? Temperature potenzialmente non idonee, sbalzi termici, possibile compromissione del tessuto miocardico.
Il secondo: il contenitore isotermico, di vecchia generazione e privo di termostato. La verifica finale, secondo la relazione, non sarebbe stata effettuata con rigore. Nessuna validazione documentata delle condizioni di conservazione prima della chiusura.
Il terzo fattore è il più insidioso: la comunicazione. O meglio, il deficit comunicativo.
Trapianto di cuore e checklist: quali procedure di sicurezza sono mancate?
La fase più critica – l’espianto del cuore del ricevente e l’impianto di quello del donatore – avrebbe richiesto una barriera procedurale chiara: una checklist finale, ruoli definiti, responsabilità formalizzate. Nulla di tutto questo, secondo gli atti.
La relazione parla di assenza di un passaggio informativo “strutturato, tempestivo e inequivocabile” tra chi verificava l’organo e il chirurgo responsabile dell’impianto. Ma non solo: sarebbe mancata una vera “barriera di sicurezza” che subordinasse l’avvio o il completamento della cardiectomia alla verifica oggettiva e condivisa dell’idoneità del cuore donato.
In altri termini: si sarebbe proceduto senza l’ultimo, decisivo semaforo verde.
Incidente probatorio e autopsia: cosa accadrà ora?
Il gip del Tribunale di Napoli ha disposto l’incidente probatorio. Martedì verrà conferito l’incarico per l’autopsia: al centro degli accertamenti, proprio il cuore lesionato dal ghiaccio secco. I sette indagati e la famiglia potranno nominare consulenti tecnici di parte. Sarà la scienza, ora, a stabilire nessi causali, responsabilità, tempi e modalità del danno.
L’inchiesta dovrà chiarire se il danno da congelamento sia stato determinante nel fallimento del trapianto e nella successiva morte del bambino, oppure se abbiano inciso ulteriori criticità cliniche.
La madre di Domenico: “Aprirò una fondazione per i bambini vittime di malasanità”
Dal dolore nasce una promessa. Patrizia Mercolino, madre di Domenico, dal palco di un’iniziativa pubblica a Nola, ha annunciato l’intenzione di aprire una fondazione per aiutare i bambini vittime di malasanità e quelli in attesa di trapianto. «Io credo ancora nella sanità italiana», ha detto. Parole che pesano come macigni e insieme suonano come un atto di fede civile.
Ha avviato una raccolta fondi per raggiungere 30mila euro. L’obiettivo: trasformare la tragedia in presidio, memoria in tutela. Perché la storia di Domenico non diventi solo un fascicolo giudiziario, ma un punto di svolta.

