Perché Chiara Balistreri è tornata a parlare del suo ex?
Non è uno sfogo qualunque. È un grido che torna, ancora più duro, ancora più disperato. Chiara Balistreri, 23 anni, riapre una ferita mai chiusa e lo fa nel modo che ormai è diventato il suo spazio pubblico: i social.
“Non voglio il dispositivo, non lo accetto”.
La frase arriva dopo una telefonata della polizia: il suo ex, Gabriel Costantin, tornerà a casa agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
Una decisione che, per lei, non rappresenta sicurezza ma pericolo concreto.
“Se mi succede qualcosa…”: il virgolettato che scuote
Balistreri non usa mezze parole. Il suo racconto è diretto, emotivo, quasi crudo:
“Se a me dovesse succedere qualcosa, mi devono avere sulla coscienza tutti”.
Non è solo paura. È sfiducia. È la percezione di essere lasciata sola in una battaglia che lei stessa ha reso pubblica nel novembre 2024, quando denunciò su TikTok le violenze subite.
Da allora, il caso è diventato simbolo di una narrazione più ampia:
giustizia, tutela, limiti del sistema.
Cosa ha deciso la Corte d’Appello e perché fa discutere?
La decisione che ha riacceso tutto arriva dalla Corte d’Appello: domiciliari con braccialetto elettronico.
Una misura che, sulla carta, dovrebbe garantire controllo. Ma che per la vittima non basta.
Non è la prima polemica. Solo poche settimane fa, Balistreri aveva denunciato anche la riduzione della pena: quattro mesi in meno rispetto ai 6 anni e 3 mesi stabiliti in primo grado per maltrattamenti e lesioni.
Una sequenza di decisioni che, nella sua percezione, svuotano il senso della condanna.
Il passato giudiziario dell’ex: tra condanne e comportamenti violenti
Nel racconto della giovane, emerge un punto centrale:
la pericolosità dell’ex non sarebbe mai venuta meno.
Balistreri ricorda episodi pesanti:
- evasione dai domiciliari
- rissa in carcere
- aggressioni ad altri detenuti
- una condanna per stalking
Un quadro che, secondo lei, rende incomprensibile la scelta di alleggerire le misure.
“Allo Stato non basta tutto questo?”, chiede, senza filtri.
“Questo è uno Stato che non ci tutela”: lo sfogo politico
Il tono cambia, si allarga. Non è più solo una vicenda personale.
“Questo è uno Stato che non ci tutela”.
Balistreri trasforma la sua storia in accusa sistemica. E lo fa con una frase che pesa:
“Noi donne non valiamo niente per questo Stato”.
Parole forti, destinate a dividere, ma che intercettano un sentimento diffuso in molte vicende simili.
Un dettaglio che accende ancora di più la polemica
C’è poi un passaggio che colpisce e fa discutere:
“A prendere questa decisione sono state tre donne”.
Un elemento che la ragazza sottolinea con amarezza, quasi come una contraddizione interna al sistema stesso.
Non è solo rabbia. È delusione.
Una battaglia che continua, tra giustizia e percezione
Balistreri chiude con una frase che sintetizza tutto:
“Quel briciolo di giustizia che avevo mi è stato tolto”.
È qui il nodo. Non solo le decisioni giudiziarie, ma come vengono percepite dalle vittime.
Perché tra sentenze, misure cautelari e tecnicismi legali, resta sempre una distanza:
quella tra giustizia formale e sicurezza reale.
E in quella distanza si inserisce la paura.

